Via Santa Maria a Cubito: le origini angioine e l'impresa borbonica nella lapide al Garittone

Via Santa Maria a Cubito: le origini angioine e l’impresa borbonica nella lapide al Garittone

Rovinata dall’abbandono, dallo smog e dalle intemperie, c’è una lapide davanti al deposito del Garittone, all’incrocio con Via Miano, che racconta la costruzione di un’opera grandiosa realizzata dai Borbone e inaugurata dopo l’Unità: Via Santa Maria a Cubito, che collegava Capodimonte a Mondragone, realizzata ben 120 anni prima dell’Asse Mediano.

La strada provinciale esiste ancora oggi e si chiama ancora Via Santa Maria a Cubito. I due tratti che oggi ricadono nel Comune di Napoli sono stati rinominati in “Via Emilio Scaglione” e Via Nuova San Rocco, mentre ha assunto numerosi nomi in tutti gli altri comuni in cui è stata inglobata.

Via Santa Maria a Cubito lapide garittone

Via Santa Maria a Cubito: un nome angioino

L’intera strada prende il nome da una cappella edificata in un punto abbastanza lontano da Capodimonte individuato genericamente dalle parti di Giugliano.

Racconta Agostino Basile, storico giuglianese del 1800, che nel 1297 Carlo d’Angiò, il sovrano francese di Napoli, era a caccia nei boschi di Giugliano. Durante una delle sue battute fu raggiunto da un messo che gli notificò la canonizzazione di suo zio, Luigi IX di Francia, da parte di Bonifacio VIII. (Nel calendario dei santi è indicato come San Ludovico, da non confondere con San Ludovico d’Angiò, canonizzato nel 1317 e venerato a Marano in una chiesa a lui dedicata proprio sulla stessa Via Santa Maria a Cubito: si tratta del figlio di Carlo!).

Il Re di Napoli, in un momento di profonda gioia, si inginocchiò (cubavit se, come riportano le fonti) per pregare e decise di fondare in quel punto una cappella per ricordare l’evento felice. La chiesa trecentesca è stata individuata in un rudere abbandonato nelle campagne giuglianesi, ma l’intera zona ha mantenuto il nome. Nel testo di Basile la strada è chiamata Santa Maria Accubito“.

Tracciato Santa Maria a Cubito
Il tracciato della strada attuale

Viam hein ad montem usque Draconis
per mille pass. XXV cum Triente
et ad Cascanum apud Suessam
per XXX passuum milia
stratam absolutamque anno MDCCCLXI
Viator vides
quae
pontibus arcuatis XXXX interiectis
Commodo pub. insigni
vias VIII communes apte secat
pars operis cospicua
aquar coercitiones alvei infer Volturni
quae subiecti ante aequora campi
late pessum dabant

Lapide del Garittone

Una strada borbonica

La lapide che si trova oggi al Garittone fu posta dopo l’inaugurazione della strada e racconta le origini borboniche dell’opera che cominciò ad essere costruita sotto il regno di Ferdinando II. Racconta al viandante la difficoltà ingegneristica dei lavori, che crearono una strada capace di collegare Napoli con il nord della Campania.


Il significato della scritta in latino è più o meno questo: “Questa strada va da Capodimonte fino a Mondragone, per una lunghezza di circa 25 miglia (in tempi borbonici non era usato il sistema metrico a Napoli), raggiunge la località di Cascano presso la località di Sessa Aurunca.
Per trenta miglia è una strada perfettamente completa e lastricata ed è stata completata nell’anno 1861
.
Caro Viandante, osserva che furono costruiti 40 ponti ad arco, posti ad intervalli per adattare il territorio attraversato e per farne un percorso di utilizzo pubblico. Sono stati uniti otto comuni, attraversandoli per un considerevole tratto. Sono state incanalate le acque del tratto inferiore del fiume Volturno, tasformando quei terreni acquitrinosi in una fertile pianura
“.

Santa Maria a Cubito lapide

L’opera, se rapportata allo stato viario della provincia napoletana e casertana del XIX secolo, fu una vera e propria rivoluzione, proprio come lo fu l’Asse Mediano dopo la sua costruzione. Diventò presto una strada trafficatissima ed aiutò lo sviluppo economico dell’intera provincia di Napoli e del litorale Domizio, che trovò uno sbocco diretto per arrivare in minor tempo in città.

Via Santa Maria a Cubito cominciò ad essere anche arricchita da numerosissime taverne, che permettevano la sosta durante i lunghi viaggi a dorso di mulo o a cavallo. Fra queste ci fu la “Taverna del Portone”, in cui fu arrestato Antonio Cerullo: era un ex tenente borbonico che, dopo l’Unità, diventò un brigante.

Ed oggi, da quella lapide fino alla lontana Mondragone, i viandanti si sono trasformati in automobilisti, le taverne in ristoranti e la campagna è diventata uno sterminato e impazzito stuolo di edifici. Rimane però l’importanza strategica di un’opera che per oltre cent’anni fu il collegamento diretto fra il centro città e la sua provincia.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Agostino Basile, Memorie istoriche della terra di Giugliano, Stamperia Simoniana, Napoli 1800
http://piscinola.blogspot.com/2013/11/lantica-circumvallazione-borbonica-la.html

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