Storia della tangente: come i camorristi controllavano i mercati con sbruffo, barattolo e fiore.

Storia della tangente: come i camorristi controllavano i mercati con sbruffo, barattolo e fiore.

Sbruffo“, “barattolo” e “fiore”. No, non sono nomi di teletubbies, ma i termini con i quali i camorristi dividevano le varie tipologie di pizzo da richiedere ai commercianti o i “bonus” da elargire agli affiliati.

La storia della tangente nel mondo della criminalità napoletana comincia con il “diritto di camorra”, che era un modo di dire comune usato verso l’inizio del XIX secolo. Indicava quella percentuale da dover consegnare a qualcuno per “garantire” che l’attività fosse protetta. Inizialmente cominciò nelle sale da gioco, poi diventò una legge non scritta anche nei mercati, dove in realtà già ai tempi del Viceregno c’erano numerosissime figure intermedie che gestivano i mercati e garantivano la protezione, approfittando dei vuoti lasciati dai tanti governi fiacchi di quei secoli.

In particolare, lo sbruffo consisteva nel pagamento di una somma predeterminata al criminale per ottenere la protezione, il barattolo era invece una percentuale sui guadagni di varie attività che si raccoglieva periodicamente e il fiore, invece, era una donazione che veniva data come gesto di riconoscenza al faccendiere o al camorrista che realizzava qualche servizio illegale per conto del richiedente.

storia della tangente cocchieri

Facchini, cocchieri e commercianti

Le attività commerciali più strettamente legate alla Onorata Società erano quelle dei facchini, cocchieri, commercianti, tavernari e venditori ambulanti, oltre che artigiani. In special modo facchini e cocchieri contavano anche numerosi individui che partecipavano anche attivamente in operazioni criminali.
Un ottimo esempio è quello di Gennaro Abbatemaggio, un modesto vetturino che fu il protagonista indiscusso del Processo Cuocolo. Anche Ciccio Cappuccio e Salvatore De Crescenzo gestivano attività molto umili di copertura: ufficialmente entrambi avevano un negozio di crusca e mangime per cavalli, attività non a caso legata alla categoria dei cocchieri.


Motivo di questa forte intesa fra cocchieri, facchini e Camorra era proprio insito nella natura della loro attività: erano infatti a contatto con esponenti dei ceti sociali di tutta Napoli ed erano portatori di informazioni, notizie e dati vitali per il funzionamento della rigidissima macchina di controllo sociale della Società. Non meraviglia quindi che moltissimi cocchieri che scioperarono nel 1893 contro l’installazione delle nuove linee del tram (colpevoli di togliere lavoro ai tassisti dell’epoca!), si ritirarono silenziosamente alla prima parola del capintesta della Società.

Storia della tangente nell’agricoltura

Le attività estorsive della Camorra trovavano un completo monopolio nei campi dell’agricoltura, attività ancora oggi molto redditizia per la criminalità: Monnier affermò che i coltivatori napoletani di angurie e pomodori erano costretti a pagare “cinque o sei tasseprima di poter vendere i loro prodotti al mercato: la Camorra percepiva una percentuale su ogni attività di carico, trasporto e scarico del materiale. Poi un altro camorrista si occupava di riscuotere anche una percentuale sul diritto alla distribuzione ed uno sulla vendita al dettaglio della frutta, che era venduta già di per sé a prezzo miserrimo.

Allo stesso modo, Monnier denuncia anche il racket della Camorra sui giornalai e sugli strilloni che, per ottenere un angolo di strada in cui svolgere il proprio mestiere, devono un tributo al camorrista di quartiere. Praticamente una tassa di occupazione del suolo pubblico.

La maggior parte delle attività commerciali erano in modi più o meno velati sotto l’occhio della criminalità, che garantiva il buon andamento delle vendite e, soprattutto, la sicurezza dei mercanti: come capitalisti della malavita, quindi, i camorristi riuscirono a creare problemi per poi vendere ai napoletani la soluzione.

Monnier dichiarò di aver incontrato numerosi lavoratori napoletani altamente affezionati a vari camorristi. Un esempio fu quello di un venditore di legumi, detto padulano, con il quale lo scrittore intrattenne una lunga chiacchierata:
Or bene, amico, eccoti contento!”, cominciò Monnier. E lui: “Perché contento?”

“Perché si sopprime in questo momento la Camorra!”, rispose Monnier.

Ah, signore – esclamò il padulano- questa è la nostra rovina. La camorra prendeva, vero, la sua parte, ma sorvegliava il bazzarriota (mercante ambulante) al quale affidiamo i nostri frutti ed i nostri legumi, e tutti questi percorritori di vie che, con i nostri legumi, si spargono per la città, non mancavano di rimettere al camorrista, che ce li rendeva esattamente, i pochi soldi che avevano ricavato. Oggi ci vuole la mano di Dio per raggiungere queste birbe. Invece di un ladro ne abbiamo trenta, che prendono tutto il nostro sangue”.

Ed ancora, un cocchiere si lamentava delle truffe che subiva al mercato dei cavalli dopo l’arresto del camorrista suo amico che supervisionava le vendite: c’erano infatti degli addetti che controllavano che i cavalli fossero buoni, pretendendo una “mancia” dal compratore e dal venditore per garantire la qualità della vendita.
Il denaro, però, non garantiva di certo l’onestà del camorrista: il cocchiere raccontò che in passato era stato aiutato dal camorrista suo amico a vendere un cavallo cieco spacciandolo per buono, ovviamente dietro compenso. “Era un gran galantuomo!” esclamò il vetturino con un sospiro.

In generale, le tangenti richieste dai camorristi variavano dal decimo al quarto del valore della transazione commerciale sottoposta a “protezione”, chiaramente con un margine di discrezionalità estremo.

Non solo svantaggi

Attività storica della Società fu quella poi dell’esazione di un tributo all’ingresso di ogni dogana napoletana, attività che andò fuori da ogni controllo dopo la costituzione delle Guardie Cittadine e della Camorra nelle forze dell’ordine.
Anche in questo caso i commercianti erano felici di pagare il camorrista e saltare i controlli di dogana: la tariffa imposta dalla Camorra era di gran lunga minore rispetto a quelle di Stato e tutti i venditori erano molto più tranquilli nello svolgimento delle attività commerciali nel territorio napoletano perché certi di non essere soggetti ad ispezioni da parte delle guardie di pubblica sicurezza.

Ed è tutto qui il vero problema: spesso molte persone si lamentano quando la criminalità mostra il suo volto brutale e poi ci si dimentica, in modo più o meno volontario, di quei momenti in cui lo stare al di fuori della legge ha portato un’ingiusta convenienza.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Marc Monnier, La Camorra, Napoli, 1861
Francesco Barbagallo, Storia della Camorra, il Mulino, Bologna, 2013
Vittorio Paliotti, Storia della Camorra
Francesco Montuori, Lessico e camorra, Edizioni Fridericiane, Napoli, 2011

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