Il cocchiere napoletano, una storia fra folklore, vita di strada e criminalità

Il cocchiere napoletano, una storia fra folklore, vita di strada e criminalità

Prima della nascita dei taxi, a monopolizzare il trasporto pubblico nelle città d’Italia c’era il cocchiere, o vetturino, che con una carrozzella tirata da un cavallo portava in giro per la città turisti e residenti.

Erano figure onnipresenti in tutte le città e a Napoli erano famosissimi per la loro abilità nella guida. Riuscivano a muovere le loro carrozzelle con un’abilità inarrivabile negli slalom fra persone sparse per strada, vicoli strettissimi e ostacoli lungo le carreggiate. Il motto era: “dove entra il cavallo, entra pure la carrozzella“. Tra gli stranieri si erano creati una pessima nomea per la loro tecnica favolosa nel truffare i turisti con tariffe esorbitanti.

La loro è una storia a metà fra il folklore, vita di strada e le cronache negative che, come tutte, merita di essere raccontata.

Cocchiere napoletano Palizzi
Un cocchiere napoletano disegnato da Filippo Palizzi

Il cocchiere napoletano fra popolo, folklore e prepotenze

Ci sono diverse storie legate ai cocchieri e il dipinto più famoso ce lo regala Francesco De Bourcard nel suo libro di fine ‘800 chiamato “Usi e costumi di Napoli”, che però è pieno zeppo di luoghi comuni e va preso sempre in modo molto attento.

Quando si camminava per le strade più affollate di Napoli, fa Via Toledo, il Lungomare o la Ferrovia, si veniva subito avvicinati da personaggi degni di una scena di un film di Vittorio De Sica: oscellenza, oscellenza! Salite!” “dottore!” “madà, madà!“, con ossequi e inchini.

Spesso cercavano di dire qualche parola straniera per impressionare i turisti, altre volte accorrevano in massa sotto i teatri o in occasione di feste pubbliche, cercando di accaparrarsi il cliente più facoltoso. C’era tutta una parlesia segreta fra i vetturini fatta di sguardi, gesti e smorfie che si scambiavano, segnalandosi a vicenda i clienti generosi e quelli avari.

Spesso quella dei cocchieri era una dinastia: si passava il carretto di padre in figlio e, quando il bambino compiva 7-8 anni, cominciava ad avviarsi al lavoro accompagnando il padre sulla carrozzella, imparando l’arte del domare i cavalli e la manutenzione dei carri che, con le strade sterrate o rovinate delle città spesso andavano incontro a rotture. I più fortunati poi entravano nelle simpatie di questa o quella famiglia nobiliare e, di lì, il colpo di fortuna poteva diventare quello del farsi assumere come vetturini privati.

Il cocchiere napoletano, una storia fra folklore, vita di strada e criminalità

Brutte esperienze con gli stranieri

In generale molti viaggiatori stranieri a Napoli, da Lord Byron a Goethe, ebbero brutte esperienze con i vetturini e lo riportarono con dovizia di particolari nelle proprie lettere. Si fecero una fama di prepotenti, rissosi, aggressivi e truffatori. E non è che nelle altre città d’Italia fosse meglio: Roma ha probabilmente il primato dei cocchieri violenti, ma nemmeno Bari scherzava, e non dimentichiamo Palermo, con i cocchieri spericolati e incivili che addirittura furono raccontati in un articolo del 1956.

Anche Harukichi Shimoi, il professore giapponese che visse a Napoli nei primi del ‘900, raccontò l’episodio di un vetturino che, mentre lo portava verso casa di un amico all’Infrascata, lo offendeva in napoletano stretto convinto che lo straniero non capisse niente. Poi, una volta sceso, Shimoi lo prese per il bavero della camicia e gliene diede di santa ragione, ricambiando gli insulti in un napoletano stretto dall’accento giapponese. La risposta fu: “Chisto è cchiù nnapulitano ‘e me!”.

“Sei un cocchiere da piazza: ti accoglie con riverenza e ti lascia bestemmiando”
(un detto popolare riferito alle persone che si fingono gentili e poi, una volta ottenuto il proprio utile, rivelano un volto cinico e meschino)

Angelo Brofferio, un drammaturgo torinese che visitò Napoli prima dell’Unità, riporta un episodio piuttosto emblematico. Racconta Giovanni Liccardo, nel suo libro “Gesti e Modi di dire di Napoli”, che un cocchiere che lo portò da Pompei a Via Toledo gli sparò un prezzo altissimo. Al che, il piemontese chiese al suo guidatore di rispettare la tariffa imposta dal Re Ferdinando II: “eccellenza, la tariffa è una minestra che ha fatto il governo camorrista per truffare la povera gente“.
Ma Brofferio non voleva cedere al ricatto. E alla fine i due vennero alle mani, attirando attorno a loro il classico capannello di curiosi. Alla fine della rissa furono scelti due operai che passavano di lì per caso per decidere chi avesse ragione e, ascoltate le due versioni dei fatti, fu “assolto” il cliente e il vetturino se ne andò bestemmiando con pochi soldi in tasca.

omnibus napoletano
L’omnibus, una diligenza che forniva un servizio “autobus”

Allergia ai regolamenti e scioperi

Il mestiere dei cocchieri, in virtù del turismo crescente a Napoli portato dalla politica borbonica, cominciò ad essere regolamentato già sotto il governo di Ferdinando II: dovevano indossare una divisa, avevano un tariffario pubblico (mai rispettato) e dovevano rispettare delle basilari regole di civiltà, fra le quali “trattare il cliente con rispetto”. Dopo l’Unità cominciarono però numerosi screzi, causati dall’evoluzione tecnologica e dall’introduzione di regolamenti.

Arrivarono innanzitutto i mezzi pubblici, che furono una rivoluzione. Prima l’Omnibus, una diligenza trainata da cavalli che era l’antenato degli autobus moderni. Poi i tram: Napoli in pochi anni diventò una delle città con la rete tramviaria più estesa d’Italia.
Inutile dire che questa iniziativa diede origine a decine di proteste, sabotaggi e addirittura assalti da far west ai tram in servizio.
Abbiamo notizia di uno sciopero del 1893 talmente grave che lasciò la città senza mezzi di trasporto pubblici e privati per quasi tre mesi: il sindaco Ferdinando Del Carretto chiese l’intervento dei bersaglieri per placare le manifestazioni, ma servì solo la mediazione del capintesta della camorra per riuscire a far tornare tutti in servizio.
Nemmeno i dipendenti della Società Belga dei Tramways, che gestiva i servizi pubblici, nel frattempo se la passavano bene: turni da 12 ore, stipendi da fame e pagamenti in ritardo erano solo la punta dell’iceberg. In servizio, infatti, erano puntualmente esposti alle violenze dei passeggeri furiosi e dei cocchieri che vedevano nei tram il nemico.

Era una guerra fra poveri.

Antonio Winspeare, che per poco fu Sindaco di Napoli, cercò di regolamentare anche le vetture, imponendo un aggiornamento delle carrozzine con un tettuccio e sedili imbottiti, per riuscire a portare i passeggeri con un minimo di comfort. Oltretutto fu proibito anche ai guidatori di mangiare dentro la carrozza e di fumare davanti ai passeggeri. Fu -ovviamente- una rivolta. E il Comune fece dietrofront.

Ancora peggio finì la storia dell’assessore Giacomo Piscicelli, nel 1911, quando introdusse il tassametro obbligatorio. Diventò il nemico pubblico numero uno, addirittura la questione arrivò in Parlamento, dove Arturo Labriola presentò nella Camera dei Deputati lo stato atroce del trasporto pubblico a Napoli.

San Francesco dei Cocchieri
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La chiesa di San Francesco dei Cocchieri

Come tutte le corporazioni napoletane, anche i guidatori delle carrozzine avevano la propria chiesa personale. Esiste ancora oggi e si trova a Via Maria Longo, proprio alle spalle di Porta San Gennaro. Si tratta di una chiesa ancora oggi visitabile risalente al XVII secolo.

Cocchiere di Francesco II di Borbone
Un articolo di giornale che racconta della morte del cocchiere personale di Ferdinando II di Borbone e Francesco II, avvenuta nel 1908. Contributo di Mariolina Cozzi Scarpetta su Napoli Retrò.

Cocchieri in odor di camorra

Non tutti i cocchieri erano brave persone. Se la vita di strada li aveva induriti e preparati a tutte le asprezze che si incontrano in lavori duri e difficili a contatto col pubblico, in realtà il loro rapporto privilegiato con una moltitudine di persone era un’occasione meravigliosa per poter conoscere vite, indirizzi e cose personali di qualsiasi individuo vivente in città, dal nobiluomo al poveraccio. Una rete d’informazione così capillare e potente non poteva sfuggire alla Onorata Società, professionista nell’esercitare uno strettissimo controllo sociale sulla popolazione.

L’intera filiera commerciale attorno al mondo dei cocchieri era in contatto con la camorra, a vari livelli. Non si può chiaramente dire che i cocchieri fossero camorristi, ma senz’altro era noto che per esercitare la professione era necessario dover avere a che fare con personaggi non proprio simpatici. Per giunta uno dei più famosi cocchieri coinvolti in fatti di camorra fu Gennaro Abbatemaggio, un modesto vetturino bugiardo, mitomane e vigliacco che, approfittando dell’attenzione mediatica data al Processo Cuocolo, decise di salire sul palco e fornire testimonianze false contro tutta la criminalità napoletana, che lui conosceva bene.

Non c’era alcun intento nobile: era mosso solo dalla voglia di diventare famoso. E ci riuscì.

Molti camorristi, invece, come attività di copertura svolgevano ruoli vicini al mondo dei cocchieri. Il più famoso fu Ciccio Cappuccio, uno dei capintesta più famosi dell’Onorata Società, che ufficialmente tirava la giornata facendo il venditore di biada per cavalli nella Pignasecca. Altri camorristi invece erano invece addetti ai mercati, mentre altri ancora, solitamente i meno importanti, erano proprio cocchieri. Lo racconta Alexandre Dumas nel suo “Corricolo”, spiegando che i camorristi che gestivano il mercato decidevano anche i cavalli da far comprare ai cocchieri: alcuni erano costretti a prendere animali vecchi e malati, destinati al macello e invece reimpiegati come animali da trasporto. De Bourcard invece spiega che questi animali erano regolarmente acquistati nelle aste e nelle fiere, specialmente sotto i Borbone.

Al netto della criminalità, la vita di moltissimi cocchieri onesti fu semplicemente quella dura degli uomini di strada: cercando di tirare la giornata fra prepotenti, criminali e clienti cattivi, con il privilegio di un lavoro fisso che gran parte del popolo più povero nemmeno poteva permettersi.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Francesco De Bourcard, Usi e costumi dei napoletani, Polaris Editore, La Spezia, 1992
Renato Benedetto, Napoli di ieri, Grafica Tirrena, Napoli, 1975
Francesco Barbagallo, Storia della Camorra, Il Mulino, Bologna, 2013
Giovanni Liccardo, Gesti e modi di dire di Napoli, Newton Compton, Roma, 2011

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