Le origini della satira contro i napoletani: dall'odio dei toscani a Shakespeare

Le origini della satira contro i napoletani: dall’odio dei toscani a Shakespeare

Firenze e Napoli sono due capitali di cultura, ma fra fiorentini e napoletani non è mai corso buon sangue.
La satira contro i napoletani, con tutti gli stereotipi su Napoli che ne conseguono, ha una storia abbastanza antica e risale almeno ai tempi del medioevo, dove sono documentate le prime battute.
Ai tempi del Ducato, in Costiera era ad esempio nota una storiella su San Gennaro e Sant’Antonino di Sorrento che dovevano aiutare i rispettivi fedeli in pericolo. I sorrentini furono salvati dal loro patrono che scese in fretta e furia dal cielo, mentre i napoletani morirono perché San Gennaro, “come tutti i napoletani“, era un gran poltrone e si mosse con i suoi comodi.

La satira contro i napoletani più feroce fu però firmata dai Toscani e il più autorevole ricercatore di quest’intolleranza nata circa 7 secoli fa è stato Benedetto Croce.

Produsse, sul finire del XIX secolo, una ricerca storico-letteraria finita nell’enorme Archivio Storico per le Province Napoletane, una pubblicazione di saggi storici prodotti ogni anno dalla Società Napoletana di Storia Patria.

Le origini della satira contro i napoletani: dall'odio dei toscani a Shakespeare
Benedetto Croce

I “Minchiattari napoletani”

Secondo Benedetto Croce all’origine dell’enorme filone di satira contro i napoletani ci furono gli Angioini.
Con il loro arrivo a Napoli, dopo aver cacciato gli Svevi, giunsero nella nuova capitale del Regno numerosissimi banchieri fiorentini, invitati dai loro alleati francesi. Fu così che le prime famiglie toscane ebbero modo di conoscere le abitudini e il carattere di un popolo completamente diverso dal loro. E dalla convivenza nascono spesso attriti.

Dovranno passare due secoli prima di trovare il primo componimento ferocissimo contro i napoletani. Lo scrisse il fiorentino Luigi Pulci, un poeta famosissimo per i suoi versi a dir poco salati contro tutto e tutti.

Chi levassi la foglia, il maglio e ‘l loco
A questi minchiattar Napoletani
O traessi del seggio i Capovani
Parrebbon salamandre fuor del fuoco.
“Imbiza, Ianni, lo ngegno allo ioco!”
Ch’ho già sentito meglio abbaiar cani!
E tutti i gran mercianti son marrani,
E tal signor che non sarè buon cuoco.
“Che bugli dicer di Napoli ientile?”
-La gentilezza sta nei canterelli-
Rispondo presto – e parmi un bel porcile!

“Ah, questi Fiorentin, gran ioctoncelli,
Ch’hanno tutto lo tratto sì sottile!”
Così si pascon questi minchiattelli!
Se tu cerchi baccelli,
Rispondon tutti, come gente pazza:
“Gongoli, vuoi accattar? Loco, alla chiazza!”

Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico, 1471

I napoletani ne escono a dir poco distrutti: il fiorentino deride la parlata napoletana (addirittura peggiore del latrato di un cane), il loro cibo (i napoletani erano soprannominati “mangiafoglia” perché erano talmente poveri da non potersi permettere nient’altro al di fuori di ortaggi e poco più) e, non ultimo, il fatto che i napoletani vantavano la propria appartenenza a questo o quel quartiere e Seggio quasi come se fosse stato un dono divino.
A loro volta i napoletani rispondono che i fiorentini sono “gran ioctoncelli” (coglioncelli), ma è poca cosa rispetto al “porcile” che è la città partenopea.

Luigi Pulci
Un ritratto di Luigi Pulci

Frappaioli e mangiafoglia

La figura stereotipata del “napoletano“, è tratteggiata come personaggio goffo, chiassoso, volgare, imbroglione, fanfarone e nostalgico della propria terra.
Compare nel XV secolo nelle commedie popolari, ma è nel ‘600 che spopola: Pietro Aretino, uno dei padri della commedia popolare moderna, disse dei napoletani che “le loro frapperie vanno al cielo“.
Se c’è un cavallo, diranno che i cavalli napoletani sono i migliori al mondo. Se c’è una città, diranno che la loro è la più bella di tutte. Se c’è una donna, diranno che Napoli ne ha mille bellissime“. Il solito filone sulle esagerazioni dei napoletani che ancora oggi è di attualità.

Come sempre, non dimentichiamo il contesto storico: il XVI secolo vide contrapporsi Firenze e Napoli, così come in passato con Ferrante d’Aragona, che finì a stringere accordi con Lorenzo il Magnifico.
Pensiamo alla battaglia di Gavinana del 1530, che vede come protagonisti il napoletano Fabrizio Maramaldo e il fiorentino Francesco Ferrucci, che diventò famosissimo proprio nella letteratura antinapoletana.

Napolitanos: nobles, arrogantes, de honrado y cerimonioso trato; muestranse espanoles. (I napoletani: di nobile lignaggio, arroganti, cerimoniosi e ampollosi, si presentano come spagnoli)

Una relazione del viceré Gaspar Mendez de Haro sui caratteri del popolo napoletano al re di di Spagna
Pietro Aretino satira contro Napoli
Pietro Aretino, altro autore che proprio non sopportava i napoletani

Contapalle, fastidiosi e imbroglioni

Il commediografo Pietro Aretino creò il personaggio di Capitan Tinca da Napoli, che era praticamente la versione “napoletana” del Capitan Matamoros, un soldato fallito e fanfarone, che si vantava di imprese mai fatte, di donne mai conquistate e di una ricchezza mai avuta.

Ci interesserà sapere che il più famoso interprete di Capitan Matamoros era proprio un napoletano: Silvio Fiorillo fece infatti la sua fortuna sfottendo gli spagnoli. Ed ebbe anche il merito di introdurre per primo anche la maschera di Pulcinella.
Insomma: nel ‘600 e nel ‘500 da un lato c’era Napoli che prendeva in giro gli spagnoli, dall’altro lato l’Italia che prendeva in giro i napoletani.
L’epicentro di questa satira contro i napoletani rimaneva però la Toscana.

Vonno pur dicere Fiorenza, Fiorenza,
È lo fior dello Munno; val chiù Napuli
Con chillo suio passeiar della sera
Che cientomilia Fiorenze!

Questa frase, ad esempio, racconta le nostalgie napoletane di Cola Francesco Vacantiello, un personaggio fittizio presente nella commedia “La Vedova” del pisano Giambattista Cini, datata 1569. Si tratta di un documento interessantissimo perché ogni personaggio parla nel suo dialetto: ci sono anche un calabrese e un siciliano, che per l’intera commedia si prendono a maleparole e insulti ferocissimi, nell’antichissimo odio fra l’isola e la terraferma.

Poi arriva il senese Alessandro Piccolomini che fa comparire Messer Ligdonio, che si presenta come “un gentiluomo del Seggio di Capuana” che, fuggito da Napoli a causa di certe illegalità commesse in città, si trasferisce a Pisa. Anche qui i cliché del napoletano sono tutti rispettati: è un gran bugiardo e imbroglione, cerca di fare lo sciupafemmine con ogni donna che gli capita a tiro e vive in una eterna nostalgia delle bellezze e dei panorami di Napoli che decanta continuamente fino alla nausea.

Napoli del '600
La Napoli del ‘600

Il napoletano arriva fino a Shakespeare

Per rendere tutto più “realistico“, cominciarono a comparire i napoletani nelle commedie toscane che parlavano una versione storpiata del napoletano. E questo mandava in visibilio gli spettatori.
Gli attori imitavano anche l’accento meridionale in toni grotteschi, così come accadeva con la figura dello “spagnolo”, che era praticamente l’equivalente del napoletano, ma nel Sud Italia. In alcuni testi troviamo addirittura il termine “napolitanerie, per indicare tutte quelle cose volgari o esagerate o per descrivere i personaggi che si vantano di meriti o cose inesistenti.

Questa voce arrivò addirittura al leggendario Shakespeare, che nella Tempesta inserì due napoletani: Trinculo e Stefano, due ubriaconi e fanfaroni. Spiega Croce che la patria è suggerita dal nome del primo, che viene da una cantilena dei venditori napoletani:Tringole e mingole, chi accatta lazze e spingole!“.

Trinculo e Stefano satira contro i napoletani
Trinculo e Stefano, i due napoletani di Shakespeare

La satira contro i napoletani si diffonde in Italia

Il romano Cristoforo Castelletti dipinge l’ennesimo personaggio del napoletano chiacchierone e ladrone nella commedia “Il Furbo” del 1584 e ci dimostra che la figura del napoletano è ormai diventata uno stereotipo a livello nazionale. Nella commedia di Castelletti il personaggio di Giovan Tommaso Spanteca è un finto nobile che gira per Roma millantando le cose più incredibili e straordinarie, frequentando i salotti migliori della città per poi truffare e derubare i nobili romani.
Si scoprirà poi che a Napoli era stato “frustato sopra no sommaro pe ‘narrubbo che fece alla strada de Miezocannone” (legato a un asino per un furto fatto a Via Mezzocannone) e poi “legato alla Colonnella dello Largo della Vicaria a fare zetobonis e mostrare le natiche alli creditori.
Alla fine il protagonista si pentirà delle sue azioni e prometterà di tornare a Napoli per fare una vita onesta. E l’autore della commedia conclude anche con una morale.

Dice bene il proverbio che un tristo fa male a cento buoni. Vengono dalla casa del Diavolo mille manigoldi e dicono che sono di Napoli, e rubano e assassinano, e danno infamia ai napolitani che sono inimicissimi.
In tutte le città ci sono dei tristi. Non vo dir che a Napoli non siano fra la plebe degli sciaguratelli che rubano, come avviene in tutte le altre grandi città, popolose e piene di forestieri.
Ma per quattro scalzi e vituperosi non devono infamarsi centomila gentiluomini e persone che stimano l’onore.

Satira contro i napoletani Topolino
Anche in Topolino compare il napoletano. Fotografia da Ventenni che piangono leggendo la saga di Paperon de’ Paperoni

Il folklore della nuova Italia

Insomma, l’interessantissimo saggio di Benedetto Croce sulla satira contro i napoletani finisce per insegnarci, come sempre, che il mondo non è mai cambiato.
D’altronde, lo stereotipo è oggi più vivo che mai nella cultura collettiva, fra le infinite oleografie dei napoletani nelle commedie all’italiana in TV, nei cinepanettoni e nelle manifestazioni d’intolleranza del popolo che, più che mai, sono vive negli stadi e sui social.

Croce riuscì a prevedere anche questo. Spiegò che queste manifestazioni sono “il folklore della nuova Italia”: un sentimento del popolo nascosto con ipocrisia dalle classi sociali acculturate che, in nome dell’unità, non potevano più mostrarlo pubblicamente in opere letterarie come invece accadeva nella corte di Lorenzo il Magnifico. A suo avviso la satira contro i napoletani sarebbe finita nel sottobosco dei detti popolari e dei campanilismi regionali, trasformata in un movimento volgare che, dopotutto, rimane vivo nella coscienza collettiva.

Chissà cosa direbbe se potesse navigare su Internet oggi!

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Benedetto Croce, I Teatri di Napoli, Adelphi, Milano, 1992
Benedetto Croce, Il personaggio del napoletano in commedia, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Napoli, 1898
Lodovico Domenichi, Della scelta de motti, burle, facetie di diversi signori, Nicolò Moretti stampatore, Venezia, 1574
La Vedova, commedia di M. Giovambattista Cini, rappresentata a honore del … – Giovanni Battista Cini – Google Libri
CASTELLETTI, Cristoforo in “Dizionario Biografico” (treccani.it)

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