L’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi: un luogo di dolore perduto

di Roberto Iossa

La storia dell’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli è comune a quella di molti suoi omologhi.

Ha subito nel corso della storia una vera e propria damnatio memoriae. Le sue vicende interessano un tema difficile ma anche molto interessante che, nella sua vastità, interessa anche la città di Napoli.

L'ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi: un luogo di dolore perduto
Leonardo Bianchi, lo psichiatra a cui fu dedicato l’ospedale

I manicomi in Europa

In Europa il “manicomio moderno” nasce nel 1793 ad opera di Philippe Pinel e “muore” invece in Italia nel 1978 con la legge Basaglia n. 180.

In quest’arco temporale si vengono a delineare numerose esperienze, in ambito europeo ed italiano, sicuramente molto significative sia nel settore medico e sociologico che in quello architettonico.

Lo studio di questa parentesi storica offre l’opportunità di poter analizzare le politiche di approccio al tema della “pazzia” . E l’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli ne rappresenta un punto di vista.

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L’ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi, un manicomio come una città

E’ in questo contesto di plusvalori che si deve inquadrare l’Ex Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi, abbarbicato al lato del punto più alto di Calata Capodichino.

Era racchiuso, quasi come una fortezza, da ampie mura, accessibile solo tramite una grande rampa delimitata da un alto cancello. All’epoca della sua costruzione, iniziata nel 1897, la struttura, concepita a padiglioni staccati collegati tramite passaggi porticati, era considerata assolutamente moderna: un motivo di vanto per tutta la regione.

L’occupazione della struttura iniziò nel 1909 e l’anno seguente il numero degli infermi ospitati era salito a 1128. L’ospedale fu poi dedicato al celebre neurologo e psichiatra Leonardo Bianchi nel 1927.

Durante la direzione Sciuti ai 29 padiglioni preesistenti ne vennero aggiunti altri 4, adibiti a finalità produttive ed a diverse lavorazioni.

Difatti, i pazienti oltre ad essere trattati con terapie mediche, erano impiegati nella calzoleria, nella tipografia e legatoria, in una fabbrica di mattonelle, nella falegnameria, in un’officina meccanica, nella sartoria e tessitoria, nella panetteria e, infine, nella colonia agricola. In queste attività erano seguiti e guidati nel lavoro da un tecnico ed erano retribuiti secondo parametri specifici sia con denaro che con tabacco.

La struttura soffriva di una crisi di sovraffollamento dei pazienti e, con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, la situazione non fece altro che peggiorare.

Già fortemente provato dai bombardamenti, l’8 ottobre 1943 l’ospedale fu occupato dalle truppe angloamericane, le quali si stanziarono nel padiglione Principe di Piemonte, nello spiazzo antistante la struttura, nei viali e nei terreni destinati alla coltivazione.

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Un luogo di sofferenza

Negli anni ’50 la struttura visse un periodo di sostanziale tranquillità e si registrarono anche notevoli innovazioni apportate anche grazie agli studi di Leonardo Bianchi.

Si abolì infatti l’uso della camicia di forza e l’ospedale si dotò di attrezzature specifiche quali il laboratorio micrografico, di antropologia, di elettroencefalografia ed elettroshockterapia.

Al di là della digressione storica va però considerato come questi istituti psichiatrici, anche se ritenuti all’avanguardia, fossero cagione di molta sofferenza.

Se si visita l’archivio dell’ex ospedale, oggi ospitato nell’edificio principale insieme ad uffici dell’ASL, ci si può rendere conto delle terribili condizioni in cui versavano coloro che venivano internati.

Leggendo alcune cartelle cliniche si comprende quanto assurdi potessero essere i motivi che avevano fatto rinchiudere molti pazienti. Riportando un caso emblematico, in una di queste innumerevoli cartelle conservate, c’è scritto che una paziente era stata internata poiché non riusciva a “recitare il Leopardi a memoria”.

L’ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi oggi

Il Leonardo Bianchi adesso è un ammasso di edifici fatiscenti immersi in una natura selvaggia.

É uno spazio in cui si avverte un’atmosfera piuttosto pesante, resa ovviamente più palpabile dal decadimento strutturale diffuso. In ogni caso è un complesso di innegabile valore sia architettonico che storico.

I suoi spazi potrebbero essere ampliamente sfruttati, magari facendo rivivere la memoria di quel luogo oppure adibendolo ad altre funzioni, ponendolo in correlazione con la città. In questo modo si abbatterebbe quel suo aspetto di cittadella fortificata che lo ha sempre caratterizzato.

Il Leonardo Bianchi continua a rimanere un luogo ambivalente, che potrebbe essere proiettato al futuro ma che è ancora bloccato nel passato, un luogo in cui consiste un’antitesi visibile soprattutto nel confronto tra l’edificio d’ingresso, ampio e rassicurante, e tutto il dedalo di edifici e percorsi che si snoda alle sue spalle.

Una sorta di menzogna resa architettonica che prometteva un futuro a coloro che entravano in questo ospedale, ma che molto raramente riuscivano a tornare alle loro vite.

Molto più spesso invece accadeva che queste persone fossero condannate a guardare fuori, attraverso quelle finestre progettate appositamente affinché non si notassero le sbarre poste all’esterno, per dare un senso di falsa libertà.

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Foto in copertina di Giovanni Rossi Filangieri

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2 Commenti

Patrizia %2$

Grazie, continua così…a raccontarci queste belle storie

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Roberto Iossa %2$

Grazie mille!

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