L’arrivo di Ruggero II a Napoli nel 1139 segnò la fine definitiva del ducato autonomo e l’integrazione della città nel nascente Regno di Sicilia. La conquista normanna, favorita dall’alleanza del duca Sergio IV con Rainulfo Drengot e dall’appoggio papale che attribuì al sovrano l’Honor Neapolis, pose termine a secoli di indipendenza partenopea. Ruggero II, abile legislatore, garantì alla città una certa autonomia amministrativa e promosse la convivenza di diverse etnie e tradizioni, pur stabilendo la capitale a Palermo. Sul piano economico Napoli conobbe prosperità come crocevia commerciale mediterraneo, mentre l’espansione urbanistica comportò il rafforzamento delle difese con la costruzione del Castel dell’Ovo e del Castel Capuano. La città, pur perdendo il ruolo di centro politico di primo piano, si inserì stabilmente nel quadro del primo nucleo politico unitario del Mezzogiorno, destinato a durare fino all’Unità d’Italia.

L’alleanza con i Normanni e il declino del ducato
Il duca Sergio IV non poteva prevedere che, cercando un’alleanza con l’intraprendente Rainulfo Drengot, avrebbe inconsapevolmente scavato la fossa del ducato napoletano. Rainulfo, allora alla guida di una compagnia di ventura, avrebbe presto acquisito il titolo di conte di Aversa, inaugurando un processo destinato a trasformare i Normanni in una potenza egemone nell’Italia meridionale. L’appoggio militare e politico che egli offrì a Napoli, inizialmente visto come risorsa, si sarebbe tradotto, a distanza di anni, in un pesante tributo: quando Sergio VII entrò in conflitto con il conte Ruggero di Sicilia, le conseguenze furono fatali per l’autonomia partenopea. Il conflitto si estese alle città alleate, trascinando con sé l’intero contesto regionale. Amalfi, baluardo di antiche libertà, fu la prima a soccombere nel 1131. In quell’occasione il duca comprese l’impossibilità di opporsi alla forza di Ruggero, divenuto nel frattempo sovrano legittimato dalla bolla di papa Anacleto II. L’inasprimento dei rapporti con la Chiesa segnò un punto di svolta: il Pontefice, entrato in attrito con il ducato, attribuì al Normanno l’Honor Neapolis, sancendone di fatto il diritto alla conquista. Così, nel 1139, dopo una difesa strenua ma vana, la Napoli ducale si arrese e Ruggero II, esponente della stirpe degli Altavilla, discendenti di avventurieri giunti dalla Normandia, entrò da trionfatore.
Il ruolo del Papato e la nascita del Regno di Sicilia
Il Papato non soltanto tollerò tale esito, ma lo incoraggiò. Già nel 1059 la Santa Sede aveva riconosciuto i Normanni come propri vassalli, vedendo in loro lo strumento adatto a consolidare il controllo sul Mezzogiorno e a sottrarre l’ultima enclave filo-bizantina, situata oltre il Garigliano. L’antica Partenope divenne così parte integrante del Regno di Sicilia, primo nucleo politico unitario del Sud, destinato a mantenere la sua autonomia fino all’Unità d’Italia.
Ruggero II a Napoli
Il successo normanno, laddove avevano fallito Longobardi e Saraceni, non coincise tuttavia con un primato di Napoli all’interno del nuovo assetto: la capitale rimase Palermo. La città campana perse progressivamente il ruolo di centro politico e commerciale di primo piano che aveva rivestito fin dall’età classica. Ciononostante, essa conobbe un periodo di relativa stabilità. Ruggero II, legislatore abile e pragmatico, elaborò norme comuni a tutto il regno, promosse la convivenza di etnie e tradizioni differenti – latini, greci, bizantini, longobardi, arabi, ebrei – e garantì a Napoli una certa autonomia amministrativa. Non mirava a soggiogarla, ma ad attirarsi il favore dei suoi abitanti. Non sorprende che la sua figura, simbolicamente, sia ricordata ancora oggi tra le statue di sovrani che ornano il Palazzo Reale.

Governo, aristocrazia e Chiesa con Ruggero II a Napoli
L’ingresso di Ruggero II a Napoli segnò una cesura profonda. Napoli, come osservò Benedetto Croce, vide sfumare ogni possibilità di costituirsi in libero comune, sul modello delle città dell’Italia settentrionale. In un primo momento il governo cittadino fu affidato al figlio Anfuso e si consolidò un rigido apparato fiscale, mutuato da esperienze arabe in Sicilia. Alla morte prematura del principe (1144), la guida passò al fratello Guglielmo, mentre la gestione amministrativa fu affidata a un “compalazzo”, figura di alto rango.

I nobili locali, sebbene privati di potere politico diretto, conservarono privilegi e incarichi significativi. Essi furono inquadrati come milites al servizio del re, ricompensati con terre sottratte al patrimonio ecclesiastico, scelta che accese inevitabilmente tensioni con la Chiesa. Ruggero, d’altro canto, rivendicò il diritto di nominare i vescovi, entrando in contrasto con papa Urbano II. La sua politica, tuttavia, non fu priva di coerenza: il sovrano aveva favorito la cristianizzazione della Sicilia e introdotto in Italia meridionale monaci normanni che, attraverso i loro monasteri, avevano contribuito alla latinizzazione del clero, ad eccezione di Napoli, dove sopravvisse la tradizione del rito greco.

Economia, commerci e urbanistica
Sul piano economico, il regno visse una fase di prosperità. Napoli, insieme ad Amalfi, Ravello e Scala, divenne crocevia di mercanti arabi, ebrei, pisani, fiorentini e catalani. Nei pressi del porto e nel campo del Moricino i Saraceni animavano gli scambi, lasciando tracce nella mentalità e nei costumi locali. La città acquisì notorietà nel Mediterraneo per la produzione di lino, per le derrate agricole provenienti dall’hinterland e per le manifatture artigianali, che trovarono nuova organizzazione nelle corporazioni di mestiere.
Dal punto di vista urbanistico, l’espansione demografica non determinò rivoluzioni radicali: il nucleo greco-romano rimase intatto, mentre si potenziarono gli spazi commerciali. Particolare attenzione fu rivolta alle difese, con la costruzione dei primi nuclei del Castel dell’Ovo, sorto sull’area del monastero di San Salvatore a Megaride, e del Castel Capuano, eretto all’estremità del decumanus maior e destinato a divenire residenza regia e centro del potere. Accanto alle strutture civili e militari, non mancarono nuove fondazioni religiose: tra queste si conserva ancora la chiesa di San Giovanni a Mare, eretta nella zona del mercato, testimonianza di un’epoca in cui Napoli, pur ridimensionata nel suo ruolo, si inseriva stabilmente nel quadro del Regno di Sicilia.


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