La dinastia normanna a Napoli attraversò una fase cruciale tra il 1154 e il 1194, dall’ascesa di Guglielmo I alla caduta di Guglielmo III. Dopo la morte di Ruggero II, il regno affrontò gravi tensioni interne: Guglielmo I il Malo si impose con autoritarismo e durezza, mentre il figlio Guglielmo II il Buono inaugurò una stagione di apertura politica, concedendo a Napoli un governo consolare e ampie libertà amministrative. Tancredi di Lecce proseguì tale linea riformatrice, garantendo alla città autonomia commerciale e il diritto di coniare moneta, rafforzando le difese che respinsero il primo assedio di Enrico VI. Tuttavia, nel 1194, la morte prematura di Tancredi e l’ascesa del giovane Guglielmo III aprirono la strada alla conquista sveva, ponendo fine a un dominio che, pur durato poco più di mezzo secolo, lasciò un’impronta profonda nella storia del Mezzogiorno medievale.

dinastia normanna a Napoli

La dinastia normanna a Napoli: dalla morte di Ruggero II all’ascesa di Guglielmo I 

Nel febbraio del 1154 si spense il sovrano Ruggero II, artefice dell’edificazione del Regno di Sicilia e figura di straordinario rilievo nella storia mediterranea del XII secolo. Alla sua morte, la corona passò al figlio Guglielmo I, che già da alcuni anni affiancava il padre nell’amministrazione dello Stato. Fin dai primi mesi di governo, il nuovo re si trovò a fronteggiare gravi tensioni interne: a Napoli divampò una contesa tra i milites e i nobiliores, dietro la quale si celavano antichi rancori e questioni mai del tutto risolte, che la scomparsa del fondatore della dinastia normanna aveva riportato alla luce con rinnovata intensità. 

Ribellioni e autoritarismo di Guglielmo il Malo 

Il clima di instabilità favorì sollevazioni in Campania e in Puglia, incoraggiate dalle continue ingerenze di Roma e di Bisanzio. Lo stesso popolo napoletano si ribellò, ritenendo Guglielmo meno saldo e carismatico del padre. Ma tale giudizio si rivelò erroneo: il nuovo sovrano, nonostante le divisioni interne, si impose come un monarca autoritario e astuto, capace di reprimere rapidamente le rivolte e di riaffermare la propria autorità. Guglielmo I, passato alla storia con l’appellativo di il Malo per la sua durezza e per la sua politica fiscale oppressiva, non concesse riforme di sorta, preferendo accentrare nelle proprie mani il potere. A sostegno del suo disegno accentratore agì il gran cancelliere Maione da Bari, che con abilità e intransigenza contrastò le pretese dell’aristocrazia e ogni tentativo di opposizione. 

La reggenza e l’ascesa di Guglielmo II il Buono 

Le congiure, tra cui quella guidata dal suocero Matteo Bonello, fallirono e contribuirono a fiaccare le resistenze interne. Tuttavia, il malcontento rimase diffuso, alimentato soprattutto dal crescente peso fiscale che gravava su nobili e popolazione. La situazione trovò un punto di svolta nel 1166, anno della morte di Guglielmo I: la reggenza passò temporaneamente alla regina Margherita e, poco dopo, al figlio Guglielmo II. 


Questi si rivelò assai diverso dal padre. Definito il Buono per la sua indole conciliatrice, inaugurò una stagione di maggiore apertura e dialogo con i diversi corpi sociali: nobiltà, clero e popolo. Alla base di tale atteggiamento vi era però anche una strategia politica ben precisa: assicurare la stabilità del regno e preparare la successione in favore del nipote Tancredi, in previsione delle possibili rivendicazioni legate al matrimonio tra Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, ed Enrico VI di Svevia. L’unione, potenzialmente foriera di gravi conseguenze dinastiche, costituiva infatti un pericolo imminente per l’indipendenza del regno. 

Napoli e le riforme istituzionali sotto Guglielmo II 

Intanto, i napoletani beneficiarono della nuova stagione politica. A loro fu concessa la possibilità di mantenere costumi e tradizioni locali e, fatto di grande rilievo istituzionale, di istituire un governo consolare. Il primo consolato, presieduto da Aligerno Cottone, vide la partecipazione non solo dei membri dell’élite cittadina, ma anche di alcuni rappresentanti dei ceti intermedi e, in misura ridotta, del popolo. Questa apertura, eccezionale per l’epoca, contribuì a rafforzare la vita politica ed economica della città. Parallelamente, Guglielmo II consolidò il rapporto con i baroni, garantendo loro l’ereditarietà dei feudi e l’esenzione da oneri di servizio, mentre integrava nella sua amministrazione personalità ecclesiastiche locali, così da assicurarsi un consenso quanto più ampio possibile. La sua politica ebbe successo: alla sua morte, avvenuta nel 1189, Tancredi riuscì a salire al trono, nonostante l’opposizione del partito filoimperiale che sosteneva Costanza. 

Palermo piange la morte di Guglielmo II, dal Liber ad honorem Augusti – Fonte: dominio pubblico

Tancredi, Guglielmo III e la fine della dinastia normanna a Napoli

Tancredi di Lecce, figlio illegittimo di Ruggero III di Puglia e nipote di Ruggero II, proseguì la linea di apertura del predecessore, con un’attenzione particolare alla borghesia cittadina, che gli era più favorevole della grande aristocrazia. A Napoli egli concesse autonomia amministrativa e ampie libertà commerciali, arrivando persino ad autorizzare la coniazione di moneta d’argento, che accrebbe prestigio e risorse economiche. Rafforzò inoltre le mura urbane, misura che si rivelò provvidenziale quando Enrico VI tentò un assedio, respinto proprio grazie alle rinnovate difese. 

La parabola di Tancredi fu tuttavia breve: il re morì nel 1194, lasciando il trono al giovane Guglielmo III. L’anno stesso, le truppe sveve intrapresero una nuova campagna nell’Italia meridionale, più imponente e meglio organizzata della precedente. Né le fortificazioni né la resistenza cittadina poterono opporsi a lungo all’avanzata tedesca. Il regno di Guglielmo III si spense in pochi mesi, e con esso si concluse l’esperienza del dominio normanno nel Mezzogiorno, durato poco più di mezzo secolo ma capace di lasciare un’impronta profonda nella storia politica, istituzionale e culturale dell’Italia meridionale e del Mediterraneo medievale. 

Riferimenti bibliografici

AA.VV., Conoscere Napoli. Storia e itinerari, Liguori Editore, Napoli 1990. 

C. ALBANESE, I personaggi che hanno fatto grande Napoli, Mursia, Milano 2010. 

A. CUTOLO, Napoli fedelissima, Aldo Martello Editore, Milano 1957. 

F. DE BOURCARD, Usi e costumi napoletani, Longanesi, Milano 1970. 

A. DE JACO, Napoli monarchica, milionaria e repubblicana, Newton Compton Editori, Roma 1982. 

C. DE SETA, Napoli. Dalle origini all’Ottocento, Arte’m, Napoli 2016. 

A. D’AMBROSIO, Storia di Napoli. Dalle origini ad oggi, Edizione Nuova E.V., Napoli 1993

G. DORIA, Storia di una capitale, Guida, Napoli 1935. 

A. JELARDI, Strade, personaggi e storie di Napoli da Posillipo a Toledo, Guida, Napoli 2007. 

F. FERRAJOLI, Napoli. Bellezze e testimonianze storiche, Adriano Gallina Editore, Napoli 1987. 

A. GHIRELLI, Storia di Napoli, Einaudi, Torino 1992. 

V. GLEIJESES, Napoli nostra e le sue storie, Società Editrice Napoletana, Napoli 1973. 

V. GLEIJESES, Storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, Società Editrice Napoletana, Napoli 1977. 

G. B. GUERRI, Il sangue del Sud, Mondadori, Milano 2010. 

A. LA GALA, Napoli. Storie, personaggi, curiosità dagli antichi Greci al Novecento, Guida, Napoli  2015. 

G. LA POSTA, Neapolis. Storia di Napoli e del meridione d’Italia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994. 

M. PERILLO, Breve storia di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2021

Diventa un sostenitore!

Storie di Napoli è il più grande ed autorevole sito web di promozione della regione Campania. È gestito in totale autonomia da giovani professionisti del territorio: contribuisci anche tu alla crescita del progetto. Per te, con un piccolo contributo, ci saranno numerosissimi vantaggi: tessera di Storie Campane, libri e magazine gratis e inviti ad eventi esclusivi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *