Federico II a Napoli diede inizio a un’epoca di profonde trasformazioni, pur dovendo superare l’iniziale ostilità della popolazione, che vedeva l’ascesa della dinastia sveva con diffidenza. La conquista del Regno di Sicilia da parte di Enrico VI aveva infatti portato a un governo rigido, in netto contrasto con l’autorità papale. Dopo una fase di ribellioni represse con durezza, il giovane Federico II consolidò il suo dominio. La sua politica portò alla fondazione dello Studium nel 1224, la prima università laica, e a importanti riforme amministrative con le Costituzioni di Melfi del 1231, modernizzando l’amministrazione e l’economia della città.

L’ascesa degli Svevi e l’opposizione napoletana
Se la presenza normanna non aveva riscosso grandi consensi all’ombra del Vesuvio, l’affermazione della dinastia sveva fu percepita, almeno in un primo momento, come un’autentica sciagura. La popolazione napoletana si oppose con fermezza all’ascesa degli Hohenstaufen e, dopo la loro presa di potere, dovette subire una politica segnata da durezza e coercizione. Ancora più ostile fu la reazione del papato, che ravvisò immediatamente nella discesa in Italia di Enrico VI, figlio di Federico I Barbarossa e re di Germania, una minaccia gravissima all’autonomia politica della Chiesa. La contrapposizione tra il potere temporale pontificio e l’autorità imperiale si aprì così in tutta la sua drammaticità, generando una frattura che avrebbe attraversato non solo l’età sveva, ma anche i secoli successivi.
La nascita di Federico II
Come prevedibile, la conquista del Regno di Sicilia da parte di Enrico VI si tradusse in un governo severo, condotto con il pugno di ferro su popolazioni eterogenee e spesso ostili. La rigidità del sovrano fu mitigata soltanto dalla temperanza della moglie, Costanza d’Altavilla. Proprio da lei nacque colui che sarebbe stato considerato il rimedio a tante difficoltà: il 26 dicembre 1194, a Jesi, sotto un padiglione allestito nella piazza cittadina, ella diede alla luce Federico II, futuro imperatore, destinato a passare alla storia come uno dei più straordinari monarchi medievali. La nascita in pubblico, resa necessaria dai sospetti legati all’età avanzata della madre, già quarantenne, garantì la legittimità dell’erede.
Federico II a Napoli: la formazione e i primi anni di governo
Federico II, duca di Svevia, re di Sicilia, re dei Romani, imperatore del Sacro Romano Impero e infine re di Gerusalemme, si rivelò ben diverso dal padre, incarnando le virtù politiche e culturali del nonno Barbarossa. Definito “Stupor mundi“, egli si distinse per tolleranza e spirito d’integrazione, trasformando la propria corte in un centro di straordinaria vitalità intellettuale. L’ascesa al trono avvenne precocemente, poiché alla morte improvvisa di Enrico VI, nel 1197 presso Castrogiovanni (odierna Enna), il giovane Hohenstaufen rimase unico erede. Le circostanze del decesso dell’imperatore furono controverse: le cronache medievali ipotizzarono persino un avvelenamento ordito dalla stessa Costanza, desiderosa di assicurare il trono al figlio.

Federico era tuttavia ancora minorenne. Fino al compimento dei quattordici anni, secondo il diritto feudale siciliano, la reggenza fu esercitata da Costanza e dai suoi consiglieri, i quali ricomposero i rapporti con la Chiesa, riconoscendo la sovranità feudale del pontefice Innocenzo III. Morta la madre nel 1198, il giovane sovrano dovette crescere in un ambiente cosmopolita, la Palermo in cui convivevano elementi latini, arabi e bizantini, assorbendo una visione politica autonoma e originale. Nel 1208, raggiunta la maggiore età, assunse pienamente il governo del Regno di Sicilia, emancipandosi progressivamente dall’influenza papale, nonostante il matrimonio dinastico con Costanza d’Aragona, sorella del potente Pietro.


Napoli tra ribellioni e riforme
Napoli, nel frattempo, era sottoposta a un rigido controllo militare e tentò la via della ribellione, immaginando che il giovane sovrano non fosse in grado di gestire i disordini. Federico, invece, dimostrò prontezza: represse i tumulti, imprigionò i capi e destituì l’arcivescovo-cancelliere Gualtieri, ritenuto responsabile della situazione caotica. Superati i contrasti con l’imperatore Ottone IV di Brunswick, Federico poté consolidare il dominio, intervenendo anche su Napoli: la sua prima visita ufficiale risale al dicembre 1220, in occasione della Curia generale di Capua, ma solo con le Costituzioni di Melfi del 1231 la città vide significative riforme nell’amministrazione e nei rapporti tra clero, nobiltà e popolazione.
Il sovrano tornò a Napoli nel 1222 e soprattutto nel 1224, quando vi fondò lo Studium, destinato a diventare la prima università laica della penisola. Tale istituzione, creata per sottrarre ai Francescani e ai Domenicani il monopolio formativo della classe dirigente, sancì la contrapposizione tra la ghibellina Napoli e la guelfa Bologna, centro universitario legato alla Chiesa. Federico impose ai sudditi il divieto di studiare altrove, ma al contempo richiamò docenti e allievi da ogni parte d’Italia, trasformando la città in un polo di sapere. Accanto a questo atto fondativo, l’imperatore fece costruire a Napoli una residenza imperiale, poi destinata al suo segretario Pier della Vigna.

Economia e società sotto gli Svevi
Nonostante la pressione fiscale (si ricordi l’impopolare dazio sulla pesca) e la revoca di privilegi concessi in età normanna, Napoli beneficiò di un’amministrazione moderna e centralizzata. Il compalazzo fu confermato quale organo direttivo e affiancato da una Curia con otto notai e cinque giudici; lo Stato accentuò il proprio intervento economico, istituendo monopoli su sale, ferro, acciaio e pece e regolamentando il lavoro artigiano attraverso corporazioni. Dal punto di vista militare, si privilegiò il ricorso a truppe mercenarie legate direttamente alla corona, tra cui spiccavano le forze saracene, divenute fedelissime grazie alla politica di integrazione imperiale.
Sotto gli Svevi, Napoli conservò la sua vocazione mercantile: continuò a importare beni di lusso da Pisa, Genova e Provenza, mentre incrementava le esportazioni di lino, seta e lana. Officine di filatura e tintura sorsero nei quartieri dell’antica città greca, presso le odierne vie San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno. Infine, la città fu suddivisa in “tocchi”, quartieri che riprendevano le antiche regiones ducali e prefiguravano i Seggi dell’epoca angioina, conferendo a Napoli una struttura urbana più definita e funzionale al governo svevo.
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