Federico d’Aragona salì al trono di Napoli nel 1496 dopo la morte prematura del nipote Ferrantino, ereditando un regno già minato dalle ambizioni francesi e spagnole. Uomo mite e rispettoso delle istituzioni, si trovò però privo dell’astuzia politica necessaria per navigare in un’epoca dominata da tradimenti e macchinazioni dinastiche. Il suo tentativo di liberarsi dall’oppressiva presenza veneziana attraverso pericolosi accordi con i Turchi offrì alla Spagna un pretesto per intervenire nel Mezzogiorno. Il tradimento del cugino Ferdinando il Cattolico, che con il trattato di Granada del 1500 si accordò segretamente con la Francia per spartirsi il regno, segnò la fine della sovranità aragonese a Napoli. Federico, abbandonato dai suoi stessi parenti e tradito dai presunti alleati, visse gli ultimi anni in esilio francese, testimone impotente della trasformazione del suo regno in provincia spagnola.

Federico d'Aragona
Federico d’Aragona: la fine della dinastia aragonese a Napoli – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

L’ascesa al trono di Federico d’Aragona 

Alla morte di Ferdinando II, detto Ferrandino, privo di discendenza diretta, la corona del Regno di Napoli passò inevitabilmente allo zio paterno Federico d’Aragona, figlio di Ferdinando I e di Isabella di Chiaromonte, e fratello di Alfonso II, al quale egli stesso aveva tentato di prestare aiuto negli anni turbolenti della discesa francese. La sua figura si distingueva per indole mite e affabile, per il senso del dovere e per un profondo rispetto delle istituzioni; ma la sua maturità avanzata, unita a una certa inesperienza in materia di strategie politiche e di machiavellismi di corte, lo resero vulnerabile in un contesto storico dominato da ambizioni e rivalità. Da qualche tempo egli era unito in matrimonio con Isabella del Balzo, donna di nobilissima stirpe, dalla quale aveva avuto quattro figli, ai quali sperava di assicurare un avvenire regale. La realtà storica, tuttavia, avrebbe presto infranto tali aspirazioni. 

Federico d’Aragona, Duomo di Messina – Foto: pubblico dominio

Le prime difficoltà diplomatiche 

L’avvio del suo regno si presentò particolarmente arduo: Federico dovette affrontare una fitta rete di difficoltà diplomatiche, da un lato con la Santa Sede, dall’altro con la Repubblica di Venezia. Quest’ultima, infatti, aveva ricevuto in garanzia da Ferrandino alcuni porti pugliesi, che si rifiutava ostinatamente di restituire, nonostante i patti. Fu in questo contesto che il re aragonese, nel tentativo di liberarsi dell’oppressiva presenza veneziana, si spinse sino a intessere pericolose relazioni con l’Impero Ottomano, invitando i Turchi a Taranto. Tale decisione, avventata e politicamente rovinosa, offrì alla Spagna, da poco unificata sotto i re cattolici, un pretesto legittimo per avanzare pretese sul regno partenopeo. 

Il trattato di Granada e la spartizione del regno 

Il momento propizio si delineò poco dopo. Alla morte di Carlo VIII di Valois, avvenuta nel 1498, gli succedette Luigi XII, monarca non meno bramoso di espansione in Italia. Egli, seguendo le orme del predecessore, intraprese una spedizione nella penisola: a Milano catturò Ludovico Sforza, detto il Moro, e tentò di stringere un’alleanza con Venezia per conquistare Napoli. Il progetto non ebbe pieno successo, poiché lo stesso Moro invocò l’aiuto di Ferdinando il Cattolico, innescando così lo scontro inevitabile tra francesi e spagnoli. Al termine del conflitto, le due potenze giunsero però a un’intesa inattesa. Con il trattato di Granada dell’11 novembre 1500, le questioni dinastiche furono apparentemente risolte: Napoli sarebbe stata occupata congiuntamente e spartita, attribuendo alla Spagna Puglia e Calabria e alla Francia Campania, Abruzzo e Molise. Il Papa, favorevole a tale spartizione, non esitò ad avallare la deposizione di Federico. 

Ludovico Sforza – Fonte: pubblico dominio

Il tradimento spagnolo e la caduta di Napoli 

Il sovrano napoletano non era pienamente consapevole delle macchinazioni che si andavano ordendo contro di lui. Così, mentre si preparava ad affrontare una nuova invasione francese, rimase sorpreso dall’improvvisa ostilità della Spagna, suo parente e fino ad allora presunta alleata. Nel luglio del 1500 le truppe francesi espugnarono Capua. Federico, confidando nell’aiuto dello stimato condottiero spagnolo Consalvo da Cordova, che si trovava in Sicilia, gli chiese soccorso. Questi, tuttavia, non fece che promettere rinforzi e risorse che mai sarebbero giunti. Nel volgere di poche settimane i Francesi entrarono a Napoli, costringendo il re a rifugiarsi a Castel Nuovo. Ben presto, raggiunto un accordo con il duca d’Aubigny, Federico si ritirò a Ischia, mentre le forze spagnole, risalendo dalla Sicilia, occupavano progressivamente il regno, impossessandosi di Taranto e Manfredonia. 

La disfida di Barletta e l’esilio di Federico d’Aragona 

La fragile intesa franco-spagnola cominciò a incrinarsi nel 1502, a causa di contrasti sulla spartizione della Basilicata. Il duca di Nemours e Consalvo da Cordova tentarono di giungere a un compromesso, ma invano. Durante l’estate dello stesso anno le forze spagnole furono assediate a Barletta, episodio rimasto celebre per la “disfida” tra tredici cavalieri francesi e altrettanti italiani. L’abile condottiero di Ferdinando il Cattolico seppe volgere a suo favore le sorti del conflitto e, dopo aspre battaglie, entrò trionfalmente a Napoli il 14 maggio 1503. I Francesi tentarono ancora di recuperare la Campania, ma furono definitivamente sconfitti sul Garigliano; nel gennaio 1504 cadde anche Gaeta, e il regno partenopeo divenne stabilmente provincia della monarchia spagnola. 

Quanto a Federico, egli preferì arrendersi alla Francia piuttosto che al cugino spagnolo. Fu così accolto da Luigi XII, che gli conferì il titolo di conte del Maine e una rendita annua di trentamila scudi. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in esilio a Tours, dove morì nel 1504, circondato da pochi fedeli, tra i quali il poeta napoletano Jacopo Sannazaro, che gli rimase accanto fino alla fine. 

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