La Belle Époque a Napoli rappresentò una stagione di straordinaria vitalità culturale e mondana che, tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Grande Guerra, vide la città aristocratica e borghese vivere appieno lo spirito ottimistico europeo nonostante le persistenti condizioni di miseria popolare. Café-chantant come il celebre Salone Margherita nei sotterranei della Galleria Umberto I e caffè letterari come il Gambrinus divennero luoghi d’incontro per intellettuali, artisti e poeti come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.

La canzone napoletana raggiunse fama internazionale con capolavori come Funiculì Funiculà, mentre nel 1895 ‘A risa di Bernardo Cantalamessa segnò la prima incisione discografica italiana. La città si impose anche nelle arti figurative con la Scuola di Posillipo, nel pensiero filosofico con Benedetto Croce e nel nascente cinema con la Lombardo Film del 1919. Tuttavia, questa effervescenza culturale conviveva con l’ombra della camorra, culminata nel processo Cuocolo del 1911-12, fino a quando la Prima Guerra Mondiale interruppe bruscamente ogni fervore.

Belle Époque a Napoli
Belle Époque a Napoli – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

La Belle Époque a Napoli 

Nonostante il drastico ridimensionamento politico seguito all’Unità d’Italia, le devastanti epidemie e le condizioni di miseria che segnarono gli anni a cavallo tra XIX e XX secolo, la Napoli aristocratica e borghese riuscì a vivere appieno lo spirito della Belle Époque, stagione di ottimismo e vitalità culturale che caratterizzò l’Europa fino allo scoppio della Grande Guerra. La città divenne teatro di una fioritura di café-chantant modellati sull’esempio parigino – tra cui il celebre Salone Margherita, sorto nei sotterranei della Galleria Umberto I – e di rinomati caffè letterari come il Gambrinus in piazza Trieste e Trento o il Caffè Italia di via Toledo.

Ingresso del Salone Margherita – Fonte: foto personale

In tali luoghi si riunivano scrittori, poeti e artisti che, pur in un contesto di progressiva provincializzazione della vita intellettuale partenopea, seppero incidere nel panorama nazionale. Autori come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo divennero figure di spicco in un periodo in cui la canzone napoletana si affermava a livello internazionale quale raffinata sintesi di melodia accattivante e intensa espressività poetica. Tra i brani più celebri si annovera Funiculì Funiculà, composta nel 1880 da Peppino Turco e musicata da Luigi Denza per celebrare l’inaugurazione della funicolare vesuviana, destinata a divenire un’icona del repertorio mondiale. L’età aurea della musica napoletana si arricchì ulteriormente con un primato assoluto: nel 1895 la canzone ’A risa di Bernardo Cantalamessa costituì la prima incisione discografica realizzata in Italia, segnando l’avvio della gloriosa esperienza della Phonotype Records, fondata da Raffaele Esposito

La funicolare del Vesuvio in una foto d’epoca – Fonte: pubblico dominio

Arti, filosofia e nascita del cinema 

Nel campo delle arti figurative Napoli seppe mantenere un ruolo di assoluto rilievo, imponendosi come centro di riferimento per la pittura à la gouache con la Scuola di Posillipo, dominata dalla figura di Giacinto Gigante. Parallelamente, nella scultura si distinsero personalità come Vincenzo Gemito e Francesco Jerace, artisti apprezzati anche nei raffinati ambienti parigini. Sul piano del pensiero filosofico e storico si affermarono figure destinate a lasciare un’impronta duratura, quali Benedetto CroceFrancesco Saverio Nitti e Arturo Labriola, capaci di guadagnarsi riconoscimento a livello internazionale. Persino il nascente cinema trovò precocemente terreno fertile sotto il Vesuvio: nel 1919 la Lombardo Film del Vomero, antesignana della futura Titanus, fu tra le prime case di produzione cinematografica italiane e avrebbe in seguito legato il proprio nome a icone popolari come Totò

Totò – Fonte: pubblico dominio

Il contraltare della Belle Époque a Napoli: l’ombra della camorra 

Tale vivacità culturale trovava tuttavia il suo contrappunto nella definitiva affermazione della camorra. Sorta come organizzazione segreta nel 1820, la cosiddetta Bella società riformata assunse particolare potere dopo l’Unità, sfruttando attività di estorsione e imponendosi come forza di controllo sociale nei quartieri cittadini attraverso i “guappi”. Non a caso, i Savoia, nei primi anni postunitari, ne cercarono inizialmente l’appoggio per prevenire disordini popolari. Ben presto, tuttavia, l’alleanza si trasformò in conflitto aperto: già nel 1911 lo Stato intraprese una lotta frontale, culminata nel celebre processo Cuocolo.

L’episodio ebbe origine nel 1906 con l’assassinio dei coniugi Gennaro Cuocolo e Maria Cutinelli, delitto che mise in luce il carattere associativo e il controllo della malavita sul settore dei furti nelle aree borghesi. Il maxiprocesso, celebrato a Viterbo e conclusosi nel 1912, portò a condanne complessive per oltre quattro secoli di carcere e segnò un momento decisivo nella percezione pubblica del fenomeno camorristico. Parallelamente, l’inchiesta Saredo (1900) rivelò l’intreccio tra criminalità, clientelismo e corruzione amministrativa nella gestione del Comune di Napoli, una realtà contro la quale già il quotidiano La Propaganda aveva a lungo puntato il dito. 

Un ritratto dei coniugi Cuocolo, vittime del duplice delitto del 1906 da cui scaturì il discusso processo alla camorra svoltosi a Viterbo – Fonte: pubblico dominio

Una metropoli europea moderna 

Al di là di tale pesante eredità sociale, la Napoli della Belle Époque seppe tuttavia mostrarsi come metropoli europea moderna, secondo la definizione dello storico Francesco Barbagallo. La città visse significative esperienze sul piano professionale, commerciale e industriale, accompagnate dall’emergere di un movimento operaio capace di organizzarsi sindacalmente. A stimolare tale vitalità contribuirono una borghesia imprenditoriale in fase di rinnovamento e figure di spicco quali l’architetto visionario Lamont Young, autore di progetti urbanistici avveniristici, e i Fratelli Mele, che con i loro grandi magazzini e innovative campagne pubblicitarie segnarono la nascita di una moderna cultura di massa. 

Dalla “Grande guerra” al Bollettino della Vittoria 

Questa fase avrebbe potuto rappresentare l’occasione per un definitivo rilancio della città nel contesto europeo, ma lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe bruscamente ogni fervore. Il conflitto, orientando la spesa pubblica sempre più verso il Nord, colpì duramente Napoli, che vide migliaia di giovani meridionali partire per il fronte animati da entusiasmo patriottico, destinati tuttavia a cadere nella carneficina delle trincee. Solo i settori navali, meccanici e siderurgici beneficiarono marginalmente della guerra, mentre la società civile fu segnata da lutti e privazioni. Il dramma bellico trovò espressione anche nella musica: basti ricordare ’O surdato ’nnammurato, canto intriso di nostalgia amorosa, e La leggenda del Piave di E.A. Mario, divenuta inno patriottico nazionale. 

Alla tragedia umana del fronte si aggiunsero i primi bombardamenti subiti dalla città: nel 1918 un dirigibile austriaco sganciò ordigni nella zona di Santa Brigida, causando sedici morti e quaranta feriti. Pure in quel contesto drammatico, Napoli poté vantare un motivo di orgoglio nazionale, poiché fu il generale Armando Diaz, originario della città, a firmare il Bollettino della Vittoria, suggellando l’esito del conflitto e consegnando alla sua terra un ultimo momento di fierezza prima dell’avvento del fascismo. 

Armando Diaz – Fonte: pubblico dominio

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