Non è l’industria, non è il turismo. È il contrabbando di sigarette.

Bionde

Le bionde americane

Chesterfield, Camel, Lucky Strike: le “bionde americane” sbarcano a tonnellate sulle coste del Golfo. Napoli è diventata la capitale del traffico clandestino, con rotte che arrivano dal Nord Africa e sboccano nei vicoli di Forcella, nei magazzini dei Quartieri Spagnoli, nei porti del Mediterraneo.

Il sistema

Sono gli anni in cui la legge si guarda da un’altra parte e interi quartieri vivono di questo commercio. Si stima che oltre 50.000 persone fossero coinvolte nel sistema: marinai, scafisti, vedette, facchini, venditori ambulanti. Tutti al servizio di un’economia nera che in pochi anni costruisce fortune criminali e plasma nuovi equilibri di potere tra clan emergenti.

Le rotte: da Tangeri a Posillipo, passando per la camorra

Fino al 1960, il porto franco di Tangeri è il punto d’imbarco principale: le sigarette partono dal Marocco in carichi enormi, nascosti in stive di navi civetta. Una volta al largo di Napoli, i carichi vengono trasferiti su piccole imbarcazioni veloci, le famose “zattere” e portati di nascosto a terra, dove squadre di contrabbandieri aspettano nelle tenebre, con camion e furgoni pronti a scomparire tra i vicoli.

I signori delle “bionde”

Il nome più noto tra i “signori delle bionde” è Ciro Mazzarella, figura chiave del contrabbando napoletano, attivo già negli anni ’50. Suo fratello Vincenzo, detto “’o’ Scellone”, comanda dal porto e impone il pizzo persino sui carichi altrui. Ma il vero salto di scala arriva con Michele Zaza, l’istinto e fiuto per gli affari. All’inizio degli anni ’60, Zaza entra in affari con i siciliani di Cosa Nostra e dà struttura mafiosa al contrabbando, trasformandolo in un sistema criminale organizzato.

Un’economia parallela con l’appoggio del silenzio

A Napoli nessuno lo chiamava “reato”. Il contrabbando era lavoro. Una forma illegale, certo, ma considerata da molti come un ammortizzatore sociale in un’Italia ancora in ginocchio dopo la guerra. Era diffuso a tal punto che i quartieri popolari lo proteggevano. Lo difendevano. “Meglio il pane col contrabbando che la fame con la legalità”, si diceva nei vicoli di San Giovanni e Materdei.

Gli anni della repressione (e delle rivoluzioni criminali)

Negli anni ’60 iniziano le prime retate su larga scala. Il porto di Tangeri chiude nel 1961, ma Napoli resta un nodo centrale grazie a nuovi contatti con Marsiglia, Malta e la Turchia. Da lì in poi, però, il contrabbando non resta confinato alle sigarette: nasce un nuovo traffico, più redditizio e più letale quello della droga. Molti dei boss nati con il tabacco, come Zaza stesso, entreranno nel circuito internazionale dell’eroina e della cocaina.

Conclusioni

Il contrabbando di sigarette, però, resta la scuola criminale di un’intera generazione di camorristi, il banco di prova su cui si costruiranno i futuri imperi del crimine organizzato napoletano. Un’epoca in cui, per una notte, bastava un carico di Chesterfield a cambiare la vita di una famiglia. E a riempire le casse della camorra.

Sitografia


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