Carlo La Catena è un nome che dovrebbe risuonare nelle piazze e nelle vie di Napoli, inciso nella memoria collettiva di una nazione intera. Eppure, come accade troppo spesso in Italia, l’eroismo autentico fatica a trovare il proprio posto permanente nel pantheon civile della Repubblica. La storia di questo giovane vigile del fuoco napoletano, strappato alla vita a soli venticinque anni da una delle stagioni più buie del dopoguerra italiano, è insieme una vicenda personale di straordinaria umanità e uno spaccato storico di rara intensità drammatica. Ripercorrerla significa non soltanto rendere omaggio a un uomo che scelse il coraggio come vocazione, ma anche interrogarsi su come una società decide chi merita di essere ricordato e chi, invece, scivola nell’oblio.

Una professione tra sogno e realtà
Pochi mestieri incarnano come quello del vigile del fuoco un ideale così limpido e universalmente riconosciuto. Sin dall’infanzia, la figura del pompiere occupa un posto speciale nell’immaginario collettivo: è il simbolo del soccorso pronto, del coraggio disinteressato, della forza messa al servizio degli altri. Nella realtà quotidiana, tuttavia, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco opera in condizioni spesso assai meno eroiche di quanto la narrazione popolare suggerisca.
Gli interventi si moltiplicano, le risorse si assottigliano, le dotazioni strumentali subiscono tagli progressivi imposti da politiche di contenimento della spesa pubblica che raramente tengono conto delle specificità operative di chi lavora a contatto diretto con l’emergenza. Eppure, nonostante queste difficoltà strutturali, l’affetto degli italiani per i vigili del fuoco rimane straordinariamente vivo e trasversale, tanto da attraversare persino le barriere tribali del tifo calcistico: nelle curve degli stadi di tutta la penisola, da nord a sud, risuonano cori di omaggio spontaneo verso questa categoria, un fenomeno sociale che non ha eguali nel rapporto tra cittadini e forze dello Stato.
Il biennio delle stragi e il fragile equilibrio della Repubblica
Per comprendere pienamente il significato della morte di Carlo La Catena, è indispensabile ricostruire il contesto storico in cui essa si inserisce. Gli anni tra il 1992 e il 1993 rappresentano uno dei momenti più convulsi e pericolosi della storia repubblicana italiana. Il Paese stava attraversando una crisi sistemica senza precedenti: le inchieste di Mani Pulite stavano sgretolando l’intera classe dirigente della Prima Repubblica, mentre Cosa Nostra scatenava una campagna di terrore senza precedenti, portando la violenza mafiosa fuori dai confini della Sicilia.
Nel 1992, nell’arco di soli sette mesi, vennero assassinati l’eurodeputato democristiano Salvo Lima, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le rispettive scorte, e l’imprenditore Ignazio Salvo. Nel 1993 la strategia stragista si spostò verso il cuore culturale del Paese: il 27 maggio una bomba devastò via dei Georgofili a Firenze, a pochi passi dagli Uffizi, provocando cinque vittime. Due mesi esatti dopo, il 27 luglio, Milano fu colpita in via Palestro. Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, avrebbe in seguito confessato di aver temuto, in quelle ore concitate, di trovarsi sull’orlo di un colpo di Stato.
Carlo La Catena: una vita semplice, una scelta coraggiosa
Nato a Napoli il 14 novembre 1967, ultimo di cinque figli e unico maschio di una famiglia che gestiva una piccola macelleria nel quartiere di Santa Maria degli Angoli alle Croci, Carlo La Catena crebbe in un ambiente modesto, caratterizzato da valori solidi e da un senso profondo della comunità. Chi lo conobbe lo descrive come un giovane educato, generoso, sempre disponibile verso il prossimo: qualità che trovavano espressione concreta nell’impegno volontario presso la parrocchia di famiglia, autentico centro della vita sociale del quartiere.
Dopo gli studi all’istituto Salvatore di Giacomo e una formazione professionale presso la storica scuola Alfonso Casanova — fondata nel 1864 dal celebre pedagogista negli spazi dell’antico convento di San Domenico Maggiore — le necessità economiche familiari lo costrinsero ad abbandonare presto i libri, impegnandosi come rappresentante commerciale e come addetto alle pubbliche relazioni nei locali cittadini. Fu però il concorso nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco a segnare la svolta definitiva della sua breve esistenza. Dopo il servizio militare come autiere e la frequenza del corso di addestramento presso la Scuola di Formazione Operativa di Montelibretti, Carlo venne assegnato al distaccamento “Marcello” di Milano. Erano trascorse appena una quarantina di giorni dal suo primo giorno di servizio.
Via Palestro, 27 luglio 1993
Quella sera, una FIAT Uno bianca fu parcheggiata in via Palestro, proprio davanti alla Galleria d’Arte Moderna, da una giovane donna dai capelli chiari. Poco dopo la mezzanotte, dal cofano dell’auto cominciò a levarsi un sottile filo di fumo bianco: qualcuno chiamò il numero di emergenza, e sul posto intervennero vigili del fuoco e agenti della Polizia Municipale. Carlo La Catena, insieme ai colleghi Sergio Pasotto e Stefano Picerno e all’agente Alessandro Ferrari, si avvicinò al veicolo con la cautela che la situazione imponeva. Intuito il pericolo, i soccorritori si adoperarono per isolare l’area e allontanare i curiosi.
A poca distanza, su una panchina, riposava Driss Moussafir, un immigrato marocchino ignaro di quanto stava per accadere. Quattordici minuti dopo la mezzanotte, l’autobomba esplose. Nessuno dei cinque ebbe scampo. La notizia raggiunse la famiglia di Carlo nel modo più crudele: attraverso un’edizione straordinaria del telegiornale, mentre il padre Giuseppe cercava invano di contattare il figlio di turno quella notte. La lapide commemorativa affissa successivamente nel quartiere napoletano dove Carlo era cresciuto ne sintetizza con sobria solennità il significato: «si immolò eroicamente nel tentativo di salvare vite umane».
La memoria contesa e il dovere del ricordo di Carlo La Catena
A distanza di oltre trent’anni, la battaglia per il riconoscimento pubblico di Carlo La Catena non si è ancora conclusa. L’associazione costituita in sua memoria conduce dal 1995 una lunga trattativa con il Comune di Napoli per ottenere la dedica di una strada o di uno spazio pubblico al giovane eroe. Una richiesta che, pur nella sua semplicità, si scontra con le lentezze e le priorità mutevoli dell’amministrazione locale. «Quando verrà il turno di un Salvo d’Acquisto dei nostri tempi?», si chiede con amarezza Nicola Perna, tra i fondatori dell’associazione.
Nel frattempo, un plesso scolastico dell’IC 4° Circolo-Puccini di Casoria porta il suo nome — un riconoscimento piccolo, ma non privo di significato, perché affida la sua memoria alle generazioni future. L’associazione continua a lavorare per promuovere la cultura della legalità, rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini e tenere vivo il ricordo di Sergio Pasotto, Stefano Picerno e Carlo La Catena: tre uomini che credettero fino in fondo nel valore del proprio dovere, pagandolo con la vita.
Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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