eccidio

Nel cuore della Napoli post-unitaria, una protesta degli operai della storica officina di Pietrarsa si è trasformata ieri in una carneficina.

Un tragico bilancio

Un’intera comunità è stata scossa dalla violenza che si è consumata tra le mura di uno degli stabilimenti simbolo dell’industrializzazione borbonica. Il bilancio è tragico: sette operai uccisi, numerosi feriti. Le mani che forgiavano treni e progresso sono ora mani insanguinate, cadute sotto il fuoco dello Stato.

Una protesta nata dalla fame

La tensione era nell’aria da settimane. Dopo l’Unità d’Italia, l’opificio di Pietrarsa, un tempo vanto dell’industria meridionale, era passato in gestione privata. Le nuove condizioni di lavoro imposte ai circa 1.000 operai erano dure, riduzioni salariali, licenziamenti arbitrari e ritmi estenuanti. Le famiglie non arrivavano più a fine mese, e le voci di altri tagli imminenti hanno fatto traboccare il vaso.

6 agosto

Il 6 agosto, all’alba, gli operai si sono radunati davanti ai cancelli per chiedere un incontro con la direzione. Il corteo, pacifico, si è trasformato in presidio. Ma invece di un dialogo, è arrivato un plotone dell’esercito.

Il piombo contro le rivendicazioni

Secondo testimoni oculari, i soldati hanno aperto il fuoco senza preavviso, su ordine delle autorità. Gli operai, disarmati, sono stati colpiti a distanza ravvicinata. I corpi sono rimasti sull’acciottolato della fabbrica. Nessun ufficiale ha prestato soccorso immediato. Alcuni lavoratori sono morti dissanguati davanti ai propri compagni. Scene di panico, urla, madri e mogli accorse in lacrime.

L’eredità di sangue

L’eccidio di Pietrarsa è più di un episodio di cronaca: è un simbolo amaro della frattura tra Nord e Sud, tra capitale e lavoro, tra Stato e popolo. Oggi, il sangue versato sulle rotaie di Pietrarsa grida giustizia. E ricorda a tutti che dietro ogni macchina, ogni progresso, c’è un essere umano che lavora, soffre e a volte muore dimenticato.

Sitografia

Wikipedia.it

#ProfRaffaeleCapano

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