I festoni bianchi e blu per i festeggiamenti per il terzo scudetto del Napoli e i teloni delle bancarelle creano incastri geometrici degni dei migliori mosaici romani. 

Tra le linee rette dei teli e dei festoni spunta fuori, come un faro tra le onde, la bellissima chiesa di Sant’Anna a Capuana.

Il mercato di Sant’Antonio Abate, chiamato anche dai napoletani il mercato del Bùvero e Sant’Antuono, è uno dei mercati più vitali e veri di Napoli, le sue atmosfere sono rimaste quelle dei mercati mediterranei o dei suq del mondo arabo

I banchi di frutta e verdura, si alternano a quelli dei vestiti, a quelli alimentari, alle macellerie, panetterie e negozi di bomboniere. Tra questi vicoli delabré e carichi di assoluto fascino, è ancora possibile comprare un po’ di tutto. Tra bancarelle storiche e venditori informali, l’atmosfera è ancora quella della Napoli di una volta. Per questo è un posto imperdibile per chi ama comprendere sul serio i luoghi in cui viaggia o per chi voglia conoscere la propria città.

Il mercato del Bùvero, foto Luca Fortis

La storia del nome del borgo di Sant’Antonio

Fu una chiesa a dare il nome al borgo. Venne fondata intorno al 1370 dalla regina Giovanna d’Angiò, in un luogo dove sorgeva un convento dei monaci Antoniani, in cui venivano curate le persone colpite dal morbo del fuoco sacro, detto anche Fuoco di Sant’Antonio, con un prodotto ricavato dal sangue di maiale. 

È accertato che molti pellegrini di rientro dall’Oriente venissero curati proprio nel nosocomio annesso alla chiesa e che era usanza allevare maialini per poi donarli al monastero.

Massimiliano de Carlo e Eduardo Saviano, novene di Natale 2023, mercato del Bùvero, foto Luca Fortis

‘O Bùvero nel libro dell’antropologo Abele de Blasio

‘O Bùvero fu anche per tanto tempo un quartiere a luci rosse, per scoprire questa storia è utile leggere il libro dell’antropologo Abele de BlasioI segreti dell’imbrecciata. Il malfamato quartiere dei facili amori nella Napoli tra ‘400 e ‘800.

Si legge nella presentazione del libro, “Alla riscoperta di un antico quartiere a luci rosse nella Napoli dal 400 all’800, tra tammuriate dionisiache e figliate dei femminielli. Imbrecciata, Incarnati, Lampione, Bùvero ’o Rito, comunque lo si voglia chiamare, di questo antico borgo a luci rosse rimangono solo pallide tracce nella memoria dei più anziani”.

Eppure, scrive l’antropologo, “ha fatto parte della storia e dell’immaginario partenopeo almeno dai tempi di Ferdinando il Cattolico, dalla fine del Quattrocento e fino agli albori del Novecento. Nonostante, le brutture che racchiudeva, questo scrigno non mancava di umanità, la più fantastica e leggendaria”. 

Secondo la tradizione al Bùvero si prostituiva anche Bernardina Pisa, la vedova di Masaniello, che dopo la morte del rivoluzionario, per vivere si diede alla prostituzione.

Il mercato del Bùvero, foto Luca Fortis

Il mercato del Bùvero ieri e oggi

Il mercato del Bùvero era il luogo dove un tempo venivano dalla campagna i cosiddetti cafoni a comprare le merci in città. Sul perché i campagnoli venissero chiamati i cafoni, vi sono molte leggende. Secondo l’Accademia della Crusca, l’etimologia più probabile è quella del glottologo Carlo Salvioni, che “riconobbe nel tipo italiano meridionale cafone un derivato del latino cavare ‘scavare; rivoltare la terra’, con aggiunta del suffisso –one, che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo, come in chiacchieroneimbroglionemangionesgobbone, quindi cafone come ‘colui che scava, che zappa la terra’, vale a dire contadino”.

Un tempo qui i venditori di frutta e verdura venivano chiamati i “parolai” perché richiamavano l’attenzione del popolo sui loro prodotti con la propria voce. 

Oggi il mercato rimane un luogo vivo, si trova un po’ di tutto ed è frequentato per lo più da locali. Si viene qui per comprare frutta e verdura, carne, pane, gli alimentari in generale. Vi si trovano anche molte bancarelle di vestiti a buon mercato e tanti negozi di articoli per i battesimi e per le prime comunione. 

Bùvero
Il mercato del Bùvero, foto Luca Fortis

Il futuro

Il mercato del Bùvero, insieme a quello di Porta Nolana, potrebbero essere il volano della rinascita della zona intorno a porta Garibaldi. Da una parte li si potrebbe far diventare delle vetrine della gastronomia napoletana, dall’altra bisognerebbe cercare di mantenerne l’autenticità, facendo in modo che il turismo, non allontani i locali dal mercato. 

Trovare un giusto equilibrio non è mai facile, ma vi sono esempi di successo, come i mercati di Palermo, in particolare Ballarò ed il Capo, che si possono imitare. Il turismo è infatti un’opportunità, ma va sempre ricercata la qualità ed il giusto equilibrio tra le esigenze dei locali e quelle dei turisti. 

Il mercato del Bùvero, come quello di Porta Nolana, sono due gioielli da proteggere. Sarebbero luoghi perfetti per progetti di turismo sostenibile, che coinvolgano sia la gente che vive nel borgo da secoli, sia i tanti migranti centro americani, asiatici e africani che popolano il borgo di Sant’Antonio.  

Mercato del Bùvero, foto Luca Fortis

La frisella alla maruzzara

Passando dal Buvero non si può non fare un salto a conoscere Antonio Di Paolo. Antonio costituisce la settima generazione dell’Antica Friselleria Di Paolo ed è una delle memorie storiche del mercato. Ha istituito nel suo negozio un piccolo museo della frisella e sarà felice di raccontarvi come i suoi avi misero a servizio la loro arte panificatrice per migliorare la zuppa di maruzze.

Nel 1834 a Porta Capuana si istituì la festa della maruzza. La festa era nata perché si era diffusa la notizia che il re, il Venerdì Santo, mangiasse la zuppa di cozze. Il popolo, per imitare il re, decise anch’esso di mangiare questo piatto. Siccome però le cozze, in quell’epoca, costavano molto, vennero sostituite con le maruzze di terra. Le lumache di terra venivano accompagnate con il polpo e con olio piccante, fatto con la salsa forte.

Serviva un biscotto che si potesse bagnare con il brodo di polpo, senza però che diventasse poltiglia. Allora la prima generazione della mia famiglia, racconta Antonio, “inventò per la festa della Maruzza, un particolare tipo di frisella che prese il nome di frisella alla maruzzara”.  

La festa, racconta Di Paolo, finì con la caduta dei Borbone e l’arrivo dei Savoia, da allora, la zuppa di maruzze e quella di carne cotta, fatta con interiora di vitello fatti in brodo, in cui si mettevano le friselle, furono venduti dai venditori di strada. Oggi viene usata nella ristorazione e si usano i frutti di mare, in quanto se prima le maruzze di terra costavano meno delle cozze, oggi è l’inverso e le lumache costano più delle cozze. Si mettono le cozze, i tartufi di mare, i fasolari e i cannolicchi. 

Mercato del Bùvero, Antonio di Paolo, Antica Friselleria, foto Luca Fortis

L’ultimo numeraio

Uno dei lavori più poetici del mercato è il “numeraio”, colui che scrive, dipingendo a mano, i prezzi delle merci. Pasquale De Stefano, è l’ultimo numeraio in attività. Lo si incontra nel suo studio, al piano terra in un vicoletto laterale al mercato, non lontano dall’Antica Friselleria. Per trovarlo basta chiedere, è un’autentica istituzione. Il suo lavoro ha un che di profondamente poetico, dipinge i nomi delle merci, i relativi prezzi o altri cartelli per promuovere le merci. Si tratta di un lavoro antico, che purtroppo sta scomparendo. 

Pasquale De Stefano ci racconta che non è riuscito a trovare nessun apprendista che possa proseguire la sua arte quando andrà in pensione, dopo sessant’anni di lavoro. Dopo più di cento anni, la bottega di famiglia è destinata un giorno a chiudere. 

Eppure se si pensa a questo mercato, non si può non pensare alle mani di Pasquale, con i suoi pennelli e colori, che dipinge numeri. Nelle sue mani si racchiude la magia di questo antico luogo.

Pasquale de Stefano, l’ultimo numeraio, foto Luca Fortis

Bibliografia

Abele de Blasio: I segreti dell’imbrecciata. Il malfamato quartiere dei «facili amori» nella Napoli tra ‘400 e ‘800, Stamperia del Valentino; I Cinquecento edizione (1 ottobre 2013)

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