Ferdinando II salì al trono del Regno delle Due Sicilie nel 1830 all’età di soli vent’anni, ereditando un contesto segnato da fermenti rivoluzionari e crescenti richieste di riforme liberali. Il suo lungo regno di quasi trent’anni fu caratterizzato da una politica oscillante tra modernizzazione economica e dura repressione del dissenso politico, che gli valse l’appellativo di “re bomba” dopo il bombardamento di Messina nel 1848. Ferdinando inaugurò la prima ferrovia italiana nel 1839 e le officine di Pietrarsa, promuovendo lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, ma rifiutò costantemente ogni apertura costituzionale e declinò persino l’offerta della corona d’Italia nel 1831. La concessione forzata della Costituzione nel febbraio 1848, seguita dalla sanguinosa repressione del 15 maggio con circa mille vittime, segnò il definitivo distacco tra il sovrano e le forze liberali orientate verso l’unificazione nazionale. Morì nel 1859 consapevole che il suo regno era ormai destinato a soccombere agli eventi risorgimentali.

Ferdinando II
Ferdinando II: il “Re Bomba” delle Due Sicilie – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

L’ascesa al trono di Ferdinando II

Aveva appena vent’anni Ferdinando II di Borbone quando, nell’autunno del 1830, salì al trono del Regno delle Due Sicilie. Il giovane sovrano si trovò subito a governare in un contesto complesso e turbolento, erede di un passato recente segnato dalla Rivoluzione partenopea e dal decennio francese, esperienze che avevano alimentato in città e nelle province richieste sempre più pressanti di riforme e aperture di carattere liberale. Mentre in Europa le principali monarchie continuavano a difendere l’assetto assolutista dell’ancien régime, Ferdinando II si mostrò intenzionato a proseguire lungo il solco tracciato dai suoi predecessori, riaffermando la continuità dinastica. 

Ferdinando II delle Due Sicilie – Fonte: pubblico dominio

I primi provvedimenti e la repressione 

Sin dai primi atti di governo, il nuovo re manifestò fermezza e volontà di disciplinare la vita politica e amministrativa. Operò una rapida epurazione di funzionari e cortigiani compromessi da pratiche corruttive, sostituendo ministri e vertici delle forze dell’ordine. Intervenne inoltre sui bilanci del regno, abolendo numerose rendite private, e procedette a una riorganizzazione dei ministeri. Non mancarono provvedimenti di carattere sociale: emanò regolamenti sanitari in previsione di possibili epidemie, come quella di colera, e riorganizzò i servizi igienici urbani e rurali. Parallelamente, assunse un atteggiamento di marcata intransigenza nei confronti dei liberali, colpiti da ondate di arresti che contribuirono ad accrescere il malcontento politico. 

Rivolte, difficoltà e isolamento politico 

In seguito a tali provvedimenti, Ferdinando intraprese un viaggio di ricognizione attraverso il regno, interrotto però da una crisi epilettica, malattia ereditaria che lo accompagnerà nel corso della vita. A questo quadro personale si aggiunsero ben presto difficoltà di natura politica: nel 1831 la Sicilia fu teatro di violenti moti insurrezionali, estesi anche al continente, il cui obiettivo era la restaurazione della Costituzione. La risposta del sovrano fu dura: arresti, repressioni e due condanne capitali eccellenti – Cesare Rosaroll e Francesco Angellotti – accusati di aver ordito un attentato con l’intento di favorire il principe di Capua e un ritorno a una carta sul modello spagnolo del 1812. Tuttavia, in prossimità dell’esecuzione, Ferdinando concesse la grazia, gesto che rivelò un inaspettato margine di clemenza. 

Lo spirito dei tempi, ormai orientato verso il costituzionalismo e i primi ideali unitari, rimase però estraneo alle scelte del sovrano. Nel congresso liberale di Bologna del 1831 gli fu persino offerta la corona d’Italia, ma egli declinò, giustificando il rifiuto con la difficoltà di rapportarsi al papa. Tale scelta segnò di fatto il distacco del Borbone dalle prospettive di unificazione nazionale e lo confinò in un isolamento “dorato” tra i confini pontifici e marittimi. L’azione politica si ridusse così al consolidamento della monarchia e alla tutela dell’autonomia meridionale, una linea che alienò progressivamente il consenso della borghesia agraria e dei ceti più influenti. 

Epidemie, modernizzazione e fermenti rivoluzionari 

Nel 1832 Ferdinando sposò Maria Cristina di Savoia, principessa nota per la sua religiosità, proclamata beata in epoca contemporanea. La regina morì prematuramente nel 1836, pochi giorni dopo aver dato alla luce il futuro Francesco II, lasciando il sovrano profondamente colpito. Superato il lutto, egli contrasse un secondo matrimonio con l’arciduchessa Maria Teresa d’Austria, rinsaldando i legami con la casa asburgica. Proprio nel 1836 Napoli fu investita dalla temuta epidemia di colera, che causò oltre seimila morti e impose misure igienico-sanitarie straordinarie. Due anni dopo l’epidemia si ripresentò, colpendo in particolare Palermo, e nuovamente si accompagnò a fermenti rivoluzionari. 

Maria Cristina di Savoia – Fonte: pubblico dominio

Stabilizzata la situazione siciliana mediante una più stretta supervisione amministrativa, Ferdinando II rivolse la sua attenzione al progresso economico e industriale del regno. Nel 1839 inaugurò la prima linea ferroviaria italiana, da Napoli a Portici, seguita nel 1840 dall’apertura delle officine di Pietrarsa, all’epoca il più importante stabilimento metalmeccanico della Penisola. Parallelamente, imprenditori stranieri – come gli svizzeri e gli inglesi Robinson, Guppy e Pattinson – diedero impulso al settore industriale, seppur frenati da protezionismo e carenze infrastrutturali. Tuttavia, ai successi produttivi faceva da contraltare una drammatica condizione sociale: povertà urbana, fame e analfabetismo restavano questioni irrisolte, alimentando la propaganda dei liberali e l’attività di figure come Carlo Poerio e Mariano d’Ayala, che formarono giovani destinati a diventare protagonisti dei moti rivoluzionari, tra cui Carlo Pisacane. 

Pietrarsa – Fonte: pubblico dominio

La rivoluzione del 1848

Negli anni Quaranta il fermento politico si intensificò. La repressione del tentativo insurrezionale dei fratelli Bandiera a Cosenza (1844) e la diffusione delle idee mazziniane prepararono il terreno agli eventi del 1848. La morte di Gregorio XVI e l’elezione di Pio IX, pontefice percepito come aperto al liberalismo, contribuirono a rafforzare le speranze riformiste. A gennaio 1848 la Sicilia insorse nuovamente, costringendo Ferdinando a ordinare il bombardamento di Messina, atto che gli valse l’appellativo di “re bomba”. Le agitazioni raggiunsero Napoli, dove il 27 gennaio scoppiarono rivolte che portarono, dopo giorni di tumulti, alla concessione della Costituzione (11 febbraio 1848) e a un’ampia amnistia. 

La nuova Carta, modellata su quella francese, prevedeva un Parlamento eletto dal popolo. Ma le tensioni esplosero il 14 maggio, quando i deputati si rifiutarono di prestare giuramento nelle forme volute dal sovrano. Le barricate erette a Napoli furono abbattute nel sangue: il 15 maggio la repressione costò circa un migliaio di vittime e oltre cinquecento arresti. Seguirono lo scioglimento della Guardia nazionale, la legge marziale e la chiusura temporanea del Parlamento. L’esperienza del 1848 sancì il definitivo distacco tra il Borbone e i liberali napoletani, ormai orientati verso il progetto unitario guidato dal Piemonte di Cavour. 

Gli anni successivi furono caratterizzati da crescente isolamento internazionale. Ferdinando II, pur offrendo rifugio a Pio IX a Gaeta durante la Repubblica romana del 1849, ruppe definitivamente i rapporti con Francia e Inghilterra nel 1854, negando loro l’uso dei porti meridionali. Intanto, nuove epidemie di colera devastavano Napoli. Il regno fu inoltre scosso dall’attentato del soldato Agesilao Milano (1856) e da incidenti militari che alimentarono sospetti di complotti. Nel frattempo, a Plombières, Cavour e Napoleone III discutevano dell’opportunità di rimuovere i Borbone, ipotizzando persino un ritorno dei Murat. 

La morte di Ferdinando II

Consapevole della propria salute malferma, Ferdinando II provvide a consolidare la successione, sposando il figlio Francesco con Maria Sofia di Baviera. Nel rigido inverno del 1859, dopo aver accolto la futura regina, il sovrano fu colpito da una grave infezione che lo condusse alla morte il 22 maggio, a soli quarantanove anni. Sul letto di morte raccomandò al figlio di non cedere a compromessi né di allearsi con il Piemonte. Ma Ferdinando sapeva che con lui si chiudeva un’epoca e che il Regno delle Due Sicilie, stretto tra rivoluzioni interne e pressioni esterne, era ormai destinato a soccombere agli eventi che avrebbero portato all’unificazione nazionale. 

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