Francesco II salì al trono delle Due Sicilie nel 1859 all’età di soli ventitré anni, ereditando un regno ormai minato da decenni di tensioni politiche e sociali irrisolte dal padre Ferdinando II. Giovane inesperto e di carattere mite, soprannominato ironicamente “Francischiello” o “re Lasagna”, si trovò ad affrontare una crisi dinastica senza precedenti mentre gran parte della borghesia, dei liberali e degli alti ufficiali avevano già voltato le spalle ai Borbone.
La sua riluttanza a concedere tempestivamente la Costituzione e gli errori strategici nel governo militare spianarono la strada alla spedizione dei Mille di Garibaldi, che nel maggio 1860 conquistò facilmente la Sicilia e poi il continente. Dopo aver abbandonato Napoli il 3 settembre per evitare una guerra civile, Francesco resistette eroicamente nella fortezza di Gaeta fino al 13 febbraio 1861, quando fu costretto alla capitolazione sotto i bombardamenti piemontesi. Con la sua resa si chiudeva definitivamente la storia del Regno delle Due Sicilie, nato in età normanna e tramontato di fronte al processo di unificazione nazionale.

Francesco II
Francesco II: il tramonto del Regno delle Due Sicilie e l’Italia unita – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)


L’ascesa di Francesco II e la crisi dinastica 

Lo scotto degli errori politici e strategici di Ferdinando II ricadde interamente sul figlio Francesco II, destinato a passare alla storia come l’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie. Giovane inesperto di appena ventitré anni, noto ai contemporanei con i soprannomi ironici di “Francischiello” o “re Lasagna” per la sua indole ingenua e la nota golosità, si trovò a regnare su un trono ormai vacillante. Gran parte della borghesia, dei liberali e persino molti alti ufficiali avevano già voltato le spalle alla dinastia borbonica, mentre il Piemonte sabaudo guardava con sempre maggiore interesse all’annessione del Mezzogiorno. Ciò che non era riuscito nei secoli precedenti a Ladislao di Durazzo e che lo stesso Ferdinando II aveva rifiutato di concedere, venne invece realizzato da Vittorio Emanuele II di Savoia grazie all’azione militare e politica di Giuseppe Garibaldi, capace di sfruttare la crisi interna e la fragilità del momento. 

Francesco II – Fonte: pubblico dominio

Il difficile governo e i primi errori di Francesco II

Francesco II, di carattere mite e profondamente religioso, ma privo della risolutezza necessaria al comando, si trovò prigioniero delle pressioni familiari e politiche. La matrigna lo sollecitava a un’alleanza con l’Austria, mentre gli zii lo spingevano a guardare al Piemonte. In questa confusione, il giovane sovrano poté contare soltanto sull’appoggio della consorte Maria Sofia di Baviera, donna intelligente e coraggiosa ma inesperta in materia di governo, non meno inesperta del marito stesso. 

Maria Sofia di Baviera – Fonte: pubblico dominio

Il suo primo atto di governo fu la nomina del generale Carlo Filangieri, figlio del celebre giurista illuminista Gaetano, a presidente del Consiglio e ministro della Guerra. Uomo di grande esperienza e indiscusso valore, ma ormai troppo avanti con gli anni per sostenere responsabilità così gravose, Filangieri suggerì la neutralità nelle relazioni con Austria e Piemonte e dispose lo scioglimento dei reggimenti svizzeri, da tempo colonna portante dell’esercito borbonico. 

La spedizione dei Mille e il crollo della Sicilia 

Intanto, sebbene Cavour avesse rassicurato Francesco II di non voler sostenere azioni ostili contro il regno, prendeva corpo l’ipotesi di una spedizione garibaldina volta a “liberare” il Mezzogiorno e consegnarlo ai Savoia. In questo contesto, Filangieri, sollecitato anche da ambienti francesi, propose al re di promulgare una Costituzione che potesse avvicinare al trono i liberali e la borghesia. Francesco, fedele all’eredità paterna, rifiutò di firmarla, costringendo il generale a rassegnare le dimissioni. Il sovrano, tuttavia, le respinse, concedendogli un periodo di riposo. 

Nel frattempo, la situazione nel Nord Italia mutava rapidamente: Parma, Modena e la Romagna venivano unificate sotto la dittatura del carbonaro Luigi Carlo Farini, preparando così il terreno all’avanzata garibaldina verso lo Stato Pontificio. Preoccupato, Francesco II inviò dodicimila soldati in Abruzzo per presidiare i confini del regno. Nonostante il pericolo imminente, il re continuò a rifiutare la concessione della Costituzione, reclamata con forza dai consiglieri più lungimiranti. Tale ostinazione acuì il malcontento, soprattutto in Sicilia, dove insurrezioni e fermenti indipendentisti favorivano i disegni di Mazzini e Garibaldi. 

Nel tentativo di rafforzare il governo, Francesco accettò infine le dimissioni di Filangieri e affidò l’incarico al principe di Cassaro, Antonio Statella, ancor più anziano e meno energico del predecessore. Questi nominò ministro della Guerra l’ottuagenario generale Francesco Antonio Winspeare, determinando un ulteriore indebolimento della già fragile macchina militare borbonica. Così, quando il 6 maggio 1860 Garibaldi salpò da Quarto con poco più di mille uomini, la Sicilia fu conquistata con relativa facilità: a nulla valse la presenza di ventitremila soldati borbonici, privi di coordinamento e incapaci di contrastare efficacemente le camicie rosse. Dopo la vittoria di Palermo, Francesco Crispi proclamò la caduta del dominio borbonico sull’isola, che venne offerta a Garibaldi. 

Francesco II
Francesco Crispi – Fonte: pubblico dominio

La fuga da Napoli e la resistenza di Gaeta 

Di fronte al precipitare degli eventi, Francesco II tentò di rivolgersi all’antico alleato britannico, ma la sua richiesta rimase inascoltata. Solo il 21 giugno 1860, tardivamente, concesse la Costituzione del 1848 e un’amnistia generale, affidando il governo al liberale Antonio Spinelli e nominando prefetto di polizia Liborio Romano, legato alla camorra ma abile nel garantire ordine pubblico. Ormai, però, il tempo era scaduto: Garibaldi, conquistata la Sicilia, si preparava a sbarcare sul continente, incoraggiato segretamente dai Savoia e favorito dal disfacimento dell’esercito borbonico. Alti ufficiali, come il generale Alessandro Nunziante, passarono al nemico, mentre lo stesso Liborio Romano si accordava in segreto con Garibaldi per preparargli l’ingresso a Napoli, con l’appoggio delle consorterie criminali. 

Liborio Romano – Fonte: pubblico dominio

Quando le camicie rosse penetrarono in Calabria, Francesco II decise di abbandonare la capitale per evitare una sanguinosa guerra civile. Il 3 settembre si ritirò con Maria Sofia nella piazzaforte di Gaeta, progettando una linea difensiva fino a Capua. Il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò a Napoli accolto trionfalmente, utilizzando persino il treno costruito da Ferdinando II. Nonostante la città avesse già manifestato la volontà di unirsi al Piemonte, Francesco II da Gaeta dichiarò la propria intenzione di resistere e radunò quarantamila uomini sul Volturno. 

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Giuseppe Garibaldi – Fonte: pubblico dominio

Dopo i primi scontri, che avrebbero potuto ribaltarsi a favore dei Borbone in virtù della superiorità numerica, Vittorio Emanuele II decise di discendere in prima persona la penisola. Il 26 ottobre 1860, nell’incontro di Teano, Garibaldi consegnò simbolicamente il Mezzogiorno al re sabaudo, lasciando alle truppe piemontesi il compito di abbattere l’ultimo baluardo borbonico. Capua fu pesantemente bombardata e costretta alla resa, mentre Gaeta resistette dal 5 novembre 1860 al 13 febbraio 1861, pagando con oltre ottocento morti e migliaia di feriti. Alla fine, sotto il fuoco delle artiglierie del generale Enrico Cialdini, Francesco II fu costretto a capitolare. 

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Statue di Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano – Fonte: foto personale

L’esilio e la fine del Regno delle Due Sicilie 

Imbarcatosi a Terracina, l’ultimo sovrano di Napoli trovò rifugio nello Stato Pontificio e si stabilì a Roma, nel Palazzo Farnese, residenza familiare, dove rimase fino alla breccia di Porta Pia del 1870. Con la sua abdicazione e l’inevitabile annessione del Mezzogiorno al Piemonte, si chiudeva definitivamente la storia del Regno delle Due Sicilie, nato in età normanna e tramontato di fronte alle nuove esigenze nazionali e politiche che i Borbone non seppero né accogliere né interpretare. 

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