Nel luglio del 1922, nei vicoli di Napoli nasceva Edoardo Verde, che il mondo avrebbe poi conosciuto come Dino. Pochi immaginerebbero che quel ragazzino partenopeo sarebbe diventato l’artefice di alcuni dei momenti più iconici della cultura popolare italiana del dopoguerra, dalla radio alla televisione, dal teatro alla canzone. Ma per capire davvero chi fosse Dino Verde, dobbiamo immergerci in un’Italia che stava rinascendo dalle macerie, con la voglia di ridere, ballare e dimenticare.

Dai cieli di guerra alle pagine del Marc’Aurelio

La storia di Verde inizia in modo sorprendente: prima di diventare uno dei più brillanti autori satirici italiani, il giovane Edoardo frequentò l’Accademia Aeronautica con il Corso Vulcano tra il 1940 e il 1943. Ottenne il brevetto e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale come pilota di idrovolanti CANT Z.506, quegli eleganti velivoli a tre motori che pattugliavano il Mediterraneo. Chi avrebbe mai pensato che quelle mani abituate ai comandi di volo si sarebbero presto dedicate alla scrittura di sketch comici e canzoni destinate a conquistare gli italiani?

Nel 1946, appena un anno dopo la fine della guerra, Verde iniziò a collaborare con il leggendario Marc’Aurelio, il periodico satirico dove si formarono alcuni dei più grandi nomi dell’umorismo italiano. Sulle sue pagine scrivevano già giganti come Cesare Zavattini, Marcello Marchesi e Vittorio Metz. C’era pure un giovane illustratore di nome Federico Fellini, che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il cinema mondiale. In quel crogiolo di talenti, Verde affinò la sua penna tagliente e il suo umorismo intelligente, quel mix perfetto tra satira pungente e leggerezza che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.

La radio: l’università della comicità italiana

Il 1948 segnò il vero debutto professionale di Verde nel mondo dello spettacolo. Insieme a Renzo Puntoni, scrisse “Briscola”, un programma comico settimanale per la radio. Era l’epoca d’oro della radiofonia italiana, quando le famiglie si riunivano attorno all’apparecchio per ascoltare le trasmissioni serali. Verde divenne rapidamente uno degli autori più prolifici e richiesti, firmando programmi come il celeberrimo “Gran Varietà”, che teneva incollati milioni di ascoltatori ogni settimana.

Ma fu con programmi come “Sotto il parapioggia” (1951-1952) e “Il tascapane” (1953-1954), una trasmissione dedicata alle Forze Armate, che Verde dimostrò la sua versatilità. Riusciva a far ridere il grande pubblico con la stessa maestria con cui intratteneva i soldati, passando dalla satira sociale alla commedia leggera senza mai perdere quel tocco di eleganza che lo contraddistingueva.

Le notti magiche di Sanremo

Il 1959 fu l’anno che cambiò tutto. Al Festival di Sanremo, Domenico Modugno salì sul palco del Casinò per interpretare “Piove (ciao ciao bambina)”, con le parole scritte da Dino Verde. La canzone vinse il festival e divenne un successo internazionale. Ma c’è un aneddoto curioso: nello stesso anno, Modugno aveva già trionfato l’anno precedente con “Nel blu dipinto di blu” (Volare), e molti pensavano che non potesse ripetersi. Invece, la collaborazione con Verde produsse un altro capolavoro.

L’anno seguente, nel 1960, Verde bissò il trionfo sanremese con “Romantica”, interpretata da Renato Rascel. Due Festival consecutivi, due vittorie: un record che testimoniava la capacità di Verde di cogliere lo spirito del tempo e tradurlo in parole che entravano nel cuore degli italiani. Non erano solo canzoni: erano piccoli racconti di vita quotidiana, amori e sogni che milioni di persone riconoscevano come propri.

Il teatro di rivista e l’arrivo della televisione

Gli anni Cinquanta videro Verde impegnato anche nel teatro di rivista, scrivendo per mostri sacri come Nino Taranto, Erminio Macario e Wanda Osiris. Era il periodo d’oro di un genere che mescolava sketch comici, numeri musicali e satira politica, tutto condito con showgirl e costumi sfarzosi. I teatri erano pieni ogni sera, e il pubblico accorreva per vedere spettacoli che Verde confezionava con maestria, alternando risate e momenti di pura poesia musicale.

Ma l’avvento della televisione non colse Verde impreparato. Anzi, fu tra i primi a capire le potenzialità del nuovo mezzo. Nel 1959-1960 firmò “Canzonissima” con Antonello Falqui, uno spettacolo che teneva incollati allo schermo intere famiglie. E poi arrivò “Studio Uno” (1961-1966), il varietà che definì un’epoca. Ogni sabato sera, milioni di italiani si riunivano davanti al televisore per seguire le gag, le canzoni e le parodie scritte da Verde, interpretate da stelle come Mina, il Quartetto Cetra e Paolo Panelli.

Le “Biblioteche di Studio Uno” del 1964, con le loro eleganti parodie letterarie interpretate dal Quartetto Cetra, rappresentarono forse il momento più alto della televisione di intrattenimento italiana. Verde dimostrava che si poteva far ridere con intelligenza, citando la grande letteratura senza mai risultare pedante o noioso.

L’Italia che ride di se stessa

La collaborazione con Alighiero Noschese fu particolarmente fortunata e significativa. Nel 1962, Verde scrisse per lui “Scanzonatissimo”, considerato il primo vero spettacolo di satira politica realizzato in Italia. Era un’epoca in cui prendere in giro i potenti era ancora una novità assoluta, e Verde lo fece con un’ironia tagliente ma mai volgare. Il successo fu tale che nel 1963 lo spettacolo divenne un film, diretto dallo stesso Verde.

Per Noschese, Verde avrebbe poi scritto programmi televisivi di grande successo come “Doppia coppia” (1969-1970) e “Formula due” (1973), dove l’arte dell’imitazione di Noschese si sposava perfettamente con i testi caustic i e intelligenti dell’autore napoletano. Erano gli anni del boom economico, ma anche delle contestazioni studentesche e dei fermenti politici: Verde riusciva a raccontare quell’Italia complessa con leggerezza e profondità allo stesso tempo.

L’eredità di un maestro

Dino Verde continuò a lavorare fino agli anni Novanta, dimostrando una longevità creativa rara nel mondo dello spettacolo. Uno dei suoi ultimi lavori fu “Che domenica ragazzi” (1995-1996), un programma radiofonico scritto insieme al figlio Gustavo, quasi a chiudere il cerchio con quel mezzo che lo aveva lanciato cinquant’anni prima.

Quando morì il 1° febbraio 2004 nella sua casa romana su via Cassia, aveva ancora uno spettacolo in cartellone: “Bentornato avanspettacolo”, un’ironica rivisitazione del varietà anni Cinquanta che aveva debuttato appena due settimane prima. I funerali si tennero nella Basilica di Santa Maria in Montesanto in piazza del Popolo, conosciuta come la “Chiesa degli artisti”, un luogo simbolico per chi aveva dedicato tutta la vita allo spettacolo.

Nel 2014 è stato istituito il “Premio Dino Verde” a Sorrento, a testimonianza di come la sua eredità continui a vivere. Ma il vero premio per Verde resta nelle canzoni che ancora si cantano, nelle risate che i suoi spettacoli hanno regalato e in quella capacità, tutta italiana, di sorridere anche nei momenti difficili. Da quel 13 luglio del 1922 a Napoli, era iniziato un viaggio straordinario: quello di un pilota diventato poeta del sorriso, che aveva imparato a far volare le parole meglio di qualsiasi aereo.


Bibliografia e riferimenti

  • Jelardi, Andrea. Alighiero Noschese – L’uomo dai 1000 volti. Napoli: Edizioni Kairòs e Fausto Fiorentino Editrice, 2013.
  • Il Radiocorriere, annate e fascicoli vari.
  • Il Teatro di Rivista, Almanacco Bompiani 1975.
  • Dino Verde, su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi.
  • Voce “Dino Verde” su Wikipedia italiana: https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Verde

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