Nel cuore del centro storico napoletano, nascosta tra i vicoli che si diramano da via dei Tribunali, sorge una testimonianza di pietra e bronzo che racconta una storia di paura, fede e devozione: l’obelisco di San Gennaro. Eretto in piazza Riario Sforza, questo monumento di 24 metri rappresenta la più antica delle guglie partenopee e custodisce la memoria di uno degli eventi più drammatici del Seicento napoletano.

Quando il Vesuvio si svegliò dopo tre secoli

Era l’alba del 16 dicembre 1631 quando il Vesuvio, addormentato da circa trecento anni, si risvegliò con una furia devastante. Chi abitava all’ombra del vulcano aveva dimenticato la sua natura: le pendici erano ricoperte di vigneti e giardini, e persino all’interno del cratere cresceva una fitta vegetazione. I napoletani chiamavano affettuosamente il vulcano “la montagna”, ignari della minaccia che covava sotto i loro piedi.

I segnali premonitori c’erano stati: da giugno lievi scosse sismiche avevano inquietato gli abitanti dei paesi vesuviani, ad agosto si era notato un aumento dell’attività fumarolica sul versante nord del cono. Ma nessuno immaginava quello che stava per accadere. All’alba del 16 dicembre, una tremenda esplosione provocò una gigantesca colonna eruttiva che raggiunse circa 13 chilometri di altezza, simile a un enorme pino. I boati furono così potenti da essere avvertiti in Umbria, nelle Marche e in Puglia.

L’eruzione durò diciassette giorni e provocò la morte di migliaia di persone, con la devastazione di un’area di quasi cinquecento chilometri quadrati. Portici, Torre del Greco, Ercolano: interi paesi furono sepolti da flussi piroclastici e colate di fango. Le ceneri arrivarono fino in Jugoslavia, trasportate dai venti d’alta quota. Il vulcano stesso subì una trasformazione drammatica, con la parziale distruzione del cono e un abbassamento di oltre 450 metri.

La processione che fermò il vulcano

Il 17 dicembre, mentre la tragedia continuava a mietere vittime, l’arcivescovo Francesco Boncompagni decise di portare in processione le reliquie di San Gennaro, il sangue e la testa, conducendole fino all’attuale ponte della Maddalena. Per le strade di Napoli si assistette a scene indimenticabili: confessioni pubbliche di peccati, manifestazioni spontanee di penitenza, migliaia di sfollati che cercavano rifugio nella città. Secondo la tradizione popolare, dopo alcuni giorni dall’esposizione delle reliquie davanti al vulcano, la furia del Vesuvio si placò definitivamente il 3 gennaio 1632.

Il viceré conte di Monterrey, profondamente turbato dall’evento, fece apporre a Portici una lapide memorabile che ancora oggi ci ammonisce: “Vigilate”, invitando i posteri a non dimenticare mai la natura pericolosa del vulcano e a riconoscerne tempestivamente i segnali premonitori.

Cosimo Fanzago: il bergamasco che definì il barocco napoletano

Per mantenere il voto fatto durante quei giorni terribili, nel 1636 la Deputazione del Tesoro di San Gennaro commissionò la costruzione di un obelisco votivo. Il progetto fu affidato a Cosimo Fanzago, un architetto e scultore che si era trasferito a Napoli da Clusone, un piccolo paese bergamasco, nel 1608, attirato dal cantiere della Certosa di San Martino.

Fanzago era già all’epoca un nome affermato nel panorama artistico napoletano, ma aveva una fama peculiare: quella di procedere con estrema lentezza nei suoi lavori. E anche stavolta non smentì la sua reputazione. Al 1647 era completato solo il piedistallo, anche se il ritardo non era del tutto imputabile all’architetto: la Deputazione voleva appoggiarvi una colonna antica di marmo cipollino offerta alla città dal cardinale Francesco Boncompagni.

Gli eventi storici complicarono ulteriormente le cose: nel 1647 scoppiò la rivolta di Masaniello, e Fanzago fu costretto a rifugiarsi temporaneamente a Roma. I lavori ripresero solo nel 1657, omettendo la colonna Boncompagni e realizzando la struttura marmorea così com’è oggi. L’opera poté dirsi ultimata solo nel 1660, dopo ventiquattro anni dall’inizio del cantiere.

Un monumento ricco di simboli

L’obelisco si erge maestoso nel piccolo slargo di piazza Riario Sforza, uno spazio che fino all’allargamento ottocentesco di via Duomo serviva come ingresso laterale della Cattedrale. Qui si svolgevano un tempo i festeggiamenti in onore di San Gennaro, e qui la città volle testimoniare la sua gratitudine al santo patrono.

La struttura è composta da una sorta di colonna quadrangolare sulla quale sono collocate grandi volute che terminano in un capitello corinzio riccamente decorato. Il marmo bianco e i decori in bronzo creano un effetto scenografico tipico del barocco napoletano, quello stile esuberante che Fanzago contribuì a definire mescolando tradizione cinquecentesca e innovazione seicentesca.

Alla sommità del monumento si innalza la statua in bronzo di San Gennaro, opera di Tommaso Montani su modello del Fanzago, con in basso quattro angeli recanti gli attributi del santo: la mitra, il pastorale e le ampolle. Alla base invece troviamo la sirena Partenope che regge uno scudo con parole di gratitudine della città al santo, citate dal padre Giovan Battista Mascolo.

Un dettaglio curioso: in origine alla base del monumento c’era l’autoritratto del Fanzago scolpito in mezzo rilievo a forma di medaglione. L’artista, con un gesto di orgoglio comprensibile dopo anni di lavoro, aveva voluto lasciare la propria firma in quella che sarebbe diventata la prima guglia della città. Oggi quel medaglione è conservato al Museo nazionale di San Martino, testimonianza dell’ego di un artista che sapeva bene di aver creato qualcosa di straordinario.

Le sorelle minori: un’idea che fece scuola

Il successo dell’obelisco di San Gennaro fu tale da creare un vero e proprio filone architettonico a Napoli. Nel 1658, dopo la terribile pestilenza del 1656, fu commissionata la guglia di San Domenico in piazza San Domenico Maggiore, sempre inizialmente progettata da Fanzago ma poi completata da altri artisti. Nel 1747 fu la volta dell’obelisco dell’Immacolata in piazza del Gesù Nuovo, il più alto e decorato dei tre, che raggiunge i 22 metri.

Queste guglie, tutte ispirate al prototipo di piazza Riario Sforza, trasformarono il volto della città: non erano semplici monumenti, ma vere e proprie “macchine da festa” in pietra, espressioni verticali della devozione popolare e del barocco napoletano. L’obelisco di San Gennaro divenne un prototipo per monumenti simili in tutto il Sud Italia e potrebbe aver influenzato anche le colonne della peste in stile barocco nell’Europa centrale.

Un angolo nascosto del centro storico

Oggi l’obelisco di San Gennaro rimane un tesoro un po’ nascosto, schivo rispetto ai suoi fratelli più celebri e scenografici delle grandi piazze napoletane. Piazza Riario Sforza, intitolata al cardinale che visse a Napoli nella prima metà dell’Ottocento, è uno slargo raccolto dove si affacciano palazzi monumentali come il quattrocentesco Palazzo Caracciolo di Gioiosa, oggi purtroppo in stato di degrado.

Ma è proprio questa dimensione più intima che rende speciale la guglia di San Gennaro. Qui, tra la reale cappella del Tesoro con la sua cupola maestosa che si intravede dietro il monumento e il Pio Monte della Misericordia che custodisce uno dei capolavori del Caravaggio, si respira ancora l’atmosfera della Napoli seicentesca. Una Napoli che dopo aver guardato in faccia la morte si aggrappò alla fede, che trasformò la paura in arte, e che nella pietra e nel bronzo volle eternare la gratitudine verso chi, secondo la tradizione, l’aveva salvata dalla furia del vulcano.

Riferimenti bibliografici e fonti

Fonti storiche e istituzionali:

Fonti su Cosimo Fanzago e il barocco napoletano:

Fonti su piazza Riario Sforza e le guglie napoletane:

Bibliografia cartacea citata nelle fonti:

  • Touring Club Italiano, Guida d’Italia – Napoli e dintorni, Milano, 2008, ISBN 978-88-365-3893-5
  • Rosi, M., Principe, C., & Vecci, R. (1993). The 1631 Vesuvius eruption. A reconstruction based on historical and stratigraphical data. Journal of Volcanology and Geothermal Research, 58(1-4), 151-182

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