Immaginate di vivere in un luogo dove il sole non arriva mai, dove le strade sono scavate nella roccia e l’unica luce che conoscete è quella fioca di una fiaccola. Non è la trama di un film fantasy, ma la leggenda di un popolo che, secondo gli antichi, abitò i Campi Flegrei e il sottosuolo di Napoli. Sono i Cimmeri, figure avvolte nel mistero che da Omero in poi hanno affascinato poeti, storici e sognatori. E se oggi passeggiate lungo le rive del lago d’Averno, circondati da un silenzio quasi irreale, potreste quasi sentire il loro respiro uscire dalle grotte.
Un popolo in fuga dalla luce
Tutto comincia molto lontano, nelle steppe della Scizia, l’attuale Russia meridionale. I Cimmeri erano un popolo nomade, descritto da Omero nell’XI libro dell’Odissea come abitante di una terra “sempre coperta da una nuvola oscura di nebbia”, dove il sole non splendeva mai . Scacciati dagli Sciti, migrarono attraverso il Caucaso fino alla Crimea — da cui, si dice, prese il nome la penisola — e infine approdarono nel golfo di Napoli. Non si sa con precisione quando, ma Strabone, Plinio il Vecchio e Cicerone concordano: i Cimmeri vivevano tra il lago d’Averno e Baia, in un territorio che gli antichi consideravano la soglia stessa dell’oltretomba .
La loro scelta di stanza non poteva che cadere lì. L’Averno, con le sue esalazioni sulfuree e il colore cupo delle acque, era ritenuto l’ingresso agli Inferi, un luogo così inquietante che gli uccelli evitavano di sorvolarlo . Per i Cimmeri, abituati a un’esistenza notturna, doveva sembrare una seconda patria.

La città sotterranea e l’oracolo dei morti
Secondo lo storico Eforo, citato da Strabone, i Cimmeri non vivevano in case come le nostre, ma in grotte sotterranee collegate da gallerie, un vero e proprio labirinto sotto la terra . Erano sacerdoti e custodi di un oracolo potente: quello dei morti. Gli stranieri che arrivavano a consultarlo venivano accolti nelle cavità ipogee e poi accompagnati al responso, pagando una tariffa fissata dal loro re. Non è difficile immaginare la scena: un viandano greco, magari reduce da una battaglia, che scende nelle viscere della terra guidato da uomini dal volto pallido, tra il fumo degli animali sacrificati e il mormorio di preghiere a Persefone .
Ma c’è di più. Accanto all’oracolo, nella tradizione, viveva una figura ancora più enigmatica: la Sibilla Cimmeria. Nevio, poeta romano, la collocava in una grotta sul lago d’Averno, simile a quella della più celebre Sibilla di Cuma . Strabone aggiunge un dettaglio inquietante: la scomparsa dei Cimmeri fu causata da un responso di cattivo auspicio dell’oracolo, forse una profezia che si ritorse contro di loro o che non si avverò per un re offeso . Un po’ come se il telefono dell’Aldilà avesse staccato la spina per sempre.
I costruttori del sottosuolo napoletano
La leggenda non si ferma ai Campi Flegrei. Secondo la fantasia popolare, furono proprio i Cimmeri a scavare le prime grotte di Napoli, impadronendosi del monopolio del tufo e del piperno, i materiali che compongono l’ossatura del sottosuolo partenopeo . Si dice che temessero il Vesuvio con un timore reverenziale, e che per questo si rifugiassero nel ventre della terra, venerando il vulcano come una divinità da placare . Nelle leggende napoletane più antiche, questi abitanti del buio sono stati addirittura confusi con giganti dalle fattezze sovrumane, capaci di scavare cunicoli enormi che si estendono da Napoli fino a Cuma .

È suggestivo pensare che, mentre i Romani costruivano ville sfarzose sulla superficie, qualcuno continuasse a vivere e lavorare nel buio, estraendo pietra e custodendo segreti. Forse non è solo fantasia: gli Osci, popolo italico antico, erano infatti abituati a costruzioni sotterranee per difesa e attacchi a sorpresa, e qualche studioso ha ipotizzato che i “Cimmeri” locali fossero in realtà una loro branca .
Il quartiere nascosto e il cognome che sopravvive
Il mito dei Cimmeri non si è spento con l’antichità. Nel Quattrocento, il grande umanista Giovanni Pontano scriveva nel De bello Neapolitano che a Napoli esisteva un vero e proprio quartiere dei Cimmeri, e che uno degli sbocchi dei loro cunicoli si trovava vicino alla chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, dove oggi corre via dei Cimbri — nome che altro non è che una corruzione di Cimmeri . Nel 1623, Don Cesare d’Eugenio Caracciolo, nella sua Napoli Sacra, ricordava che la chiesa di Santa Maria di Portanova era chiamata “a Cimmino” per la presenza nella zona di “tal nazione Cimmeria” .
E qui arriva la curiosità più golosa per chi ama le storie di famiglia: tra i cognomi più diffusi a Napoli e in Campania c’è “Cimmino”. Sebbene gli etimologisti propendano per derivazioni dal latino cyminum (cumino) o dal dialettale cimino (piccola cima), la tradizione popolare e alcuni studiosi locali non hanno mai rinunciato all’idea che quel cognome porti con sé l’eco di quel popolo dimenticato, custode di una città sotterranea che ancora oggi, con i suoi cunicoli e le sue cavità, continua a sorprendere archeologi e speleologi .
Il fascino di una notte che non finisce
Nessuna traccia archeologica ha mai confermato l’esistenza fisica dei Cimmeri nei Campi Flegrei, e forse non lo farà mai . Ma a volte la storia ha bisogno anche del mito per essere raccontata. Quando Omero li descriveva come un popolo avvolto nella nebbia eterna, forse non sapeva che duemila anni dopo noi napoletani avremmo ancora bisogno di credere che, sotto i nostri piedi, qualcuno continui a custodire i segreti della terra. La prossima volta che vi troverete sulle sponde dell’Averno, con il vento che accarezza le acque scure, provate a chiudere gli occhi. Forse sentirete il rumore di passi lontani, che camminano nel buio da sempre.


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