Andrea De Jorio è il filo conduttore di una storia straordinaria che intreccia superstizione popolare, ricerca etnografica e destino bizzarro, in una città come Napoli che da sempre vive a cavallo tra il razionale e l’arcano. Napoli è una metropoli capace di custodire nei propri vicoli secoli di credenze, rituali e simboli apotropaici con la stessa naturalezza con cui conserva capolavori d’arte e testimonianze archeologiche. Non si tratta di semplice folklore: è una visione del mondo stratificata, che affonda le radici nell’antichità classica e sopravvive, sorprendentemente vitale, fino ai nostri giorni. Il cornicello rosso esposto alle porte dei negozi, il gesto delle corna scaramantico, la diffidenza verso certi sguardi — tutto concorre a formare un sistema simbolico coerente, che ha saputo resistere ai secoli e alle trasformazioni sociali, e che ancora oggi definisce in modo determinante l’identità culturale napoletana.

Andrea De Jorio
Andrea De Jorio – Fonte: dominio pubblico

Il cornicello e la sua antica potenza

Tra tutti i talismani che popolano l’immaginario scaramantico napoletano, nessuno gode di una reputazione così solida e duratura come ‘o Curniciello. La sua forma allungata e ricurva rimanda a una simbologia universale: da tempo immemorabile il corno è emblema di virilità, fertilità e forza, qualità evocate anche dalla cornucopia, il mitico corno dell’abbondanza traboccante di frutti della terra. Portare con sé un cornicello significa, in questa prospettiva, attrarre quelle energie benefiche e tenerle vicine. Ma non tutti i cornicelli sono uguali: per esercitare davvero il proprio potere protettivo, l’oggetto deve essere rigorosamente fatto a mano, preferibilmente in corallo rosso, e deve essere stato ricevuto in dono.

Cornicello – Fonte: foto personale

La manifattura artigianale garantisce che l’artefice trasferisca sull’oggetto le proprie energie positive; il colore rosso ne amplifica la vitalità; il dono, infine, lo carica di un valore affettivo che ne potenzia l’efficacia. Non meno importante è la forma: il corno deve essere, come recita la tradizione, «tuosto, stuorto e cu ‘a punta», duro, storto e appuntito. Le botteghe dei maestri corallari di Torre del Greco, attive da secoli sui fondali del Mediterraneo, hanno saputo declinare questa tradizione in oggetti di straordinaria bellezza: non solo cornicelli, ma ippocampi, rametti lucidati e amuleti di ogni foggia, tutti accomunati dalla materia preziosa e dal significato protettivo che le popolazioni del bacino mediterraneo attribuiscono al corallo fin dalla preistoria.


Jettatura e malocchio: una credenza tra illuminismo e folklore

La superstizione napoletana non si esaurisce nel cornicello. Accanto ad essa prospera da secoli la credenza nella jettatura, un concetto più sfumato e per certi versi più inquietante. Lo jettatore è colui che, volontariamente o meno, emana un’energia negativa capace di arrecare danno a persone e cose attraverso lo sguardo — da cui il termine malocchio — ma anche attraverso la sola presenza fisica. La parola jettatura deriva dal napoletano jettare, gettare, e rimanda proprio a questa idea di un’energia dannosa proiettata verso l’esterno. Ciò che rende il fenomeno particolarmente interessante dal punto di vista storico-culturale è la sua genesi: gli studiosi lo fanno risalire alla Napoli di fine Settecento, quando l’antica fascinazione popolare si contaminò con il razionalismo illuministico, producendo una credenza ibrida che cercava quasi di sistematizzare e catalogare il soprannaturale.

Non a caso, è in quegli anni che si definisce con precisione lo stereotipo dello jettatore: magro, pallido, dal naso ricurvo e dagli occhi penetranti. Alexandre Dumas padre, che visitò Napoli tra il 1841 e il 1843, ne tracciò un ritratto memorabile nel suo “Corricolo”, misto di ironia e fascinazione, suggerendo ai lettori come riconoscere uno jettatore per strada e come difendersi dal suo sguardo con il gesto apotropaico del dito medio teso — un rimedio già consigliato, del resto, dal poeta latino Marziale. Anche Giuseppe Marotta, nel celebre L’oro di Napoli del 1947 — da cui Vittorio De Sica trasse l’omonimo capolavoro cinematografico — scrisse senza mezzi termini: «Nel mio paese vige la jettatura», una constatazione che a distanza di decenni non ha perso nulla della propria attualità.


Andrea De Jorio, l’archeologo maledetto

Nessuna figura incarna meglio la contraddizione tra sapere e superstizione quanto il canonico Andrea De Jorio, nato a Procida nel 1769 da una famiglia di alto profilo: il padre era un noto avvocato, lo zio Michele professore di diritto alla Reale Università e consigliere fidato di re Ferdinando. Ordinato sacerdote, De Jorio intraprese rapidamente una carriera ecclesiastica che ben presto fu oscurata dalla sua passione per l’archeologia. Nel 1811, dopo la pubblicazione di una monografia di rilievo, fu nominato curatore del Real Museo di Napoli, custode dei tesori provenienti dagli scavi di Ercolano, Pompei e dintorni.

Ricoprì quell’incarico fino alla morte, avvenuta a Napoli nel 1851, lasciando una produzione scientifica di tutto rispetto: tra le opere più significative figurano il “Metodo per rinvenire e frugare i sepolcri degli antichi” del 1824 e la “Guida per le catacombe di San Gennaro dei Poveri” del 1839. In quest’ultima, Andrea De Jorio analizzava con acutezza la struttura delle grotte cimiteriali, ipotizzando che i cristiani avessero riadattato antichissime necropoli scavate da popolazioni precedenti all’età greca e romana — forse i leggendari Cimmeri, popolo delle tenebre che secondo il mito abitava le cavità sotterranee della terra. Registrava inoltre, con spirito da moderno conservatore, la progressiva distruzione dei sepolcri antichi della collina di Capodimonte, trasformati nel tempo in stalle, fienili e cave di pietra, o cancellati dalle alluvioni che periodicamente sconvolgevano i valloni cittadini.


La mimica degli antichi di Andrea De Jorio e il gesto napoletano

Ma è con un’altra opera che Andrea De Jorio lasciò il segno più duraturo nella storia della cultura europea. Nel 1832 diede alle stampe “La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano”, pubblicata presso la Stamperia e Cartiera del Fibreno di Napoli: 380 pagine dense di osservazioni, corredate da 19 illustrazioni, che costituiscono il primo studio sistematico del linguaggio gestuale come sistema comunicativo autonomo. La tesi di fondo era ardita ma affascinante: i gesti dei napoletani contemporanei erano la sopravvivenza diretta della gestualità degli antichi Greci, visibile nelle pitture vascolari, nei bassorilievi e nelle descrizioni dei classici. De Jorio aveva elaborato questa intuizione proprio nella sua veste di curatore museale, osservando le reazioni dei visitatori stranieri davanti alle collezioni di vasi greci: i gesti dipinti sulle ceramiche antiche erano identici a quelli che i napoletani usavano ogni giorno per strada.

Mosso da una curiosità che oggi definiremmo etnografica, il canonico non si limitava allo studio dei manufatti: percorreva le rive dei fiumi dietro le lavandaie, seguiva i vendemmiatori nei vigneti e i pescatori in mare, convinto che solo l’osservazione diretta della vita quotidiana potesse svelare il significato profondo dei gesti. Come spiegò Adam Kendon nella ricerca Il gesto e Napoli del 2005, De Jorio comprese con largo anticipo che i gesti non possono essere interpretati fuori dal loro contesto: sono atti comunicativi che acquistano significato solo all’interno di una relazione e di una situazione condivisa.

La sua intuizione attraversò l’Atlantico: il ricercatore americano Garrick Mallery si ispirò al suo lavoro per studiare la gestualità degli indiani d’America, come ricordò Umberto Eco in un saggio del 1994. Più tardi, Bruno Munari avrebbe attinto a piene mani dal trattato di De Jorio per il suo “Supplemento al dizionario italiano”, commissionato dall’azienda Carpano nel 1958 e poi riedito nel 1963 con l’aggiunta di venti gesti tratti proprio dalla ricerca del canonico napoletano.


Lo jettatore e il re: una morte inquietante

Eppure, per quanto celebre fosse la sua scienza, Andrea De Jorio fu perseguitato per tutta la vita da una reputazione ben più scomoda: quella di jettatore. La sua fama funesta era così diffusa e radicata che Ferdinando I di Borbone, monarca notoriamente superstizioso, si rifiutò a lungo di riceverlo a corte. Quando il 3 gennaio 1825 fu infine costretto a concedergli udienza, il re si presentò all’incontro stringendo tra le mani un cornetto di corallo, l’unico scudo che la tradizione ritenesse efficace contro il malocchio.

Non bastò: la mattina seguente Ferdinando I morì improvvisamente per un colpo apoplettico. Che si trattasse di una coincidenza macabra, o che la preoccupazione per lo jettatore avesse aggravato le condizioni di un sovrano già anziano e malato, il risultato fu che la fama di De Jorio raggiunse proporzioni leggendarie. Come annotò lo studioso G. B. Alfano, quell’episodio non fece che amplificare ulteriormente la sua sinistra nomea. La storia è rimasta impressa nella memoria collettiva tanto da essere ricordata, quasi due secoli dopo, dalla popolare “Settimana Enigmistica” nel numero del 20 maggio 2006, nella rubrica “Strano ma vero”. È forse il destino più beffardo che potesse toccare a un uomo di scienza: essere ricordato non per i propri studi, ma per uno sguardo che si credeva capace di uccidere i re.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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