In via dei Tribunali, nel cuore antico di Napoli, c’è un portale gotico che quasi nessuno nota. Sormontato da un arco polilobato in marmo, sepolta tra i banchi dei venditori ambulanti e le insegne dei negozi, si apre su uno dei complessi monumentali più carichi di storia della città: l’Ospedale della Pace. Un luogo che in cinque secoli ha visto passare amanti regali, lebbrosi, appestati, frati con maschere dal naso adunco, uffici comunali — e che oggi attende, parzialmente abbandonato, che qualcuno si decida a restituirlo alla città.
il palazzo di un amante assassinato
Per capire l’Ospedale della Pace bisogna risalire al Quattrocento, e a una storia che avrebbe tutti gli ingredienti di una serie televisiva. L’edificio fu costruito nel XV secolo per volontà di Sergianni Caracciolo, Gran Siniscalco del regno, che in qualità di amante della regina Giovanna II decise di costruirsi una dimora accanto a Castel Capuano, luogo in cui soggiornavano la sovrana e la corte.
Sergianni era l’uomo più potente del regno: bello, spregiudicato, capace di tenere nelle proprie mani le redini di uno stato intero nascondendosi dietro le gonne della sovrana. Fra lui e Giovanna nacque un rapporto turbolento, continuamente scosso da contrasti e disaccordi, viziato all’origine dall’intreccio di sentimenti, ambizioni e potere sul quale reggeva. L’amore, o quello che era, finì nel modo più brutale. Il 25 agosto del 1432 la stessa regina lo fece assassinare, e il palazzo rimase disabitato per molti anni. Sergianni fu sepolto nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, dove il suo monumento funebre è ancora oggi visibile — a pochi minuti a piedi dal palazzo che aveva fatto costruire per starle vicino.
i frati ospedalieri e la cura dell’anima
Nel 1587 l’edificio fu acquistato dai frati dell’Ordine dei Fatebenefratelli e destinato ad ospedale. Con la nuova funzione si rese necessario un ampliamento, finanziato da donazioni. Il primo edificio in cui officiarono i frati fu la chiesetta adiacente al palazzo intitolata a San Cristoforo, presto sostituita da una nuova fabbrica dedicata a Santa Maria della Pace.
I Fatebenefratelli — nome che viene dal grido con cui il fondatore Giovanni di Dio chiedeva l’elemosina per i suoi malati — erano un ordine mendicante di origini spagnole specializzato nell’assistenza agli ultimi. Tra le mura di questo asilo per infermi, malati, poveri e prostitute, offrirono alla città una preziosa funzione sociale, garantendo un ricovero agli esclusi. La loro filosofia non era però quella della medicina moderna: l’assistenza primaria era di tipo spirituale, allo scopo di avvicinare serenamente alla morte, alleviando le sofferenze fisiche e psicologiche dei malati e curandone la pace dell’anima. Da qui il nome del complesso.
la sala del lazzaretto: sessanta metri di dolore affrescato
Il gioiello nascosto del complesso è la Sala del Lazzaretto, al primo piano, accessibile da uno scalone sulla sinistra del vestibolo. La stanza affrescata è lunga 60 metri, e sul fondo è possibile ammirare l’altare in marmi commessi del XVIII secolo, che anticamente separava l’ambiente di cura dal gabinetto medico. Alta 12 metri e larga 10, presenta un ballatoio che corre lungo tutto il perimetro delle pareti, il cui scopo era quello di consentire agli inservienti di assistere i malati, ma allo stesso tempo di evitare il contagio, calando loro dall’alto medicine e viveri.
Era questa la soluzione architettonica al problema del contagio: i frati e gli infermieri si muovevano in alto, al riparo, e comunicavano con gli appestati soltanto attraverso corde e ceste. L’assistenza al piano terra era assicurata da medici e infermieri che si proteggevano dalle malattie indossando una maschera con un lungo naso adunco, che conteneva erbe e sostanze le quali si pensava filtrassero l’aria infetta. La stessa maschera che oggi è diventata un simbolo carnevalesco veneziano, e che allora era uno strumento di sopravvivenza.
Sulla parte superiore del ballatoio, tra le finestre e sotto la volta, si ammirano gli affreschi di Giacinto Diano e Andrea Viola raffiguranti la Vergine Maria e i Santi dell’Ordine di San Giovanni di Dio, mentre nella parte inferiore delle pareti sono presenti delle aperture, un tempo usate per calare i corpi senza vita degli appestati nelle catacombe del complesso. La stessa stanza era dunque entrata e uscita: da lì entravano il cibo dei vivi e uscivano i corpi dei morti.
la targa misteriosa e la vendetta postuma
Su una parete del cortile interno è murata una lapide del XVI secolo con un’iscrizione in dialetto antico: “Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia d’homo dabbene” — in italiano: Dio mi tenga lontano dall’invidia feroce, dai cattivi vicini e dalla menzogna di un uomo per bene. La storia narra di un onesto e ricco cittadino che, a causa di false testimonianze, fu ingiustamente condannato a morte. Prima di morire, l’uomo decise di lasciare tutti i suoi averi in eredità all’Ospedale della Pace, ma solo a una condizione: all’interno dell’ospedale doveva essere apposta una targa, una sorta di testamento commissionato dall’uomo. In caso di rimozione l’eredità sarebbe stata devoluta all’Ospedale degli Incurabili.
L’iscrizione destò l’interesse anche di Benedetto Croce, il quale ipotizzò che fosse stata scolpita per desiderio di un ricco quanto malcapitato napoletano che non riuscì a difendersi dalle calunnie di alcuni nemici, i quali grazie a false testimonianze lo fecero accusare di omicidio e giustiziare. La targa originaria si trovava in via San Nicola dei Caserti, nel quartiere Forcella: fu spostata all’interno dell’Ospedale della Pace nel 1889 nell’ambito dei lavori per il Risanamento di Napoli, ma i frati, per rispettare l’impegno preso con il poveretto nel XVI secolo, decisero di posizionare nel posto originale una copia della lapide che ancora oggi esiste.
il presente: uffici comunali e chiostri pericolanti
Dal 1970 l’Ospedale della Pace cessò di esistere come polo sanitario e il suo complesso storico — Bene UNESCO — fu consegnato interamente al Comune di Napoli e adibito a uso uffici, mentre il Lazzaretto è impiegato per scopi culturali.
Lo stato attuale è quello di un luogo sospeso tra la valorizzazione e l’abbandono. Se le stanze sovrastanti il primo cortile sono state rinnovate e ospitano uffici del Comune, quelle più interne, al di sopra del chiostro, sono inaccessibili e abbandonate. Il chiostro stesso è dichiarato pericolante e reca segni di degrado. La Sala del Lazzaretto, elegante e ben conservata, resta chiusa a chiave in attesa di finanziamenti.
Eppure il complesso è accessibile, e chi si avventura oltre il primo cortile scopre un silenzio quasi irreale, protetto da quei muri che per secoli hanno tenuto fuori il mondo dei sani. Un luogo che racconta, nell’ordine: un amore di palazzo finito a pugnalate, una città che combatteva la peste con corde e maschere, e un uomo senza nome che non riuscì a difendersi da una bugia — e che si vendicò lasciando per sempre la propria rabbia murata in un cortile.
Me pare ’o ’Spitale ’a Pace, si dice ancora a Napoli, con ironia, quando qualcuno si lamenta troppo. Come a dire: hai visto mai dove finivano davvero i guai.
bibliografia e fonti
- Derive Suburbane, Ospedale della Pace e lazzaretto: https://derivesuburbane.it/infrastrutture/ospedali-abbandonati/ospedale-della-pace/
- Ministero della Cultura – Beni Culturali Abbandonati, Ospedale della Pace: https://beniabbandonati.cultura.gov.it/beni/ospedale-della-pace/
- RestaurArs, Il Lazzaretto del complesso di Santa Maria della Pace: https://restaurars.altervista.org/tesori-di-napoli-il-lazzaretto-del-complesso-di-santa-maria-della-pace/
- Storie Napoli, Sergianni Caracciolo: https://storienapoli.it/2017/01/03/sergianni-caracciolo/
- Napoligrafia, Palazzo di Sergianni Caracciolo: https://www.napoligrafia.it/monumenti/palazzi/sergianni/sergianni01.htm

