Prima di imparare a leggere, il popolo già faceva poesia. Le strade di Napoli hanno sempre avuto un palcoscenico invisibile, dove ogni vicolo diventava scena e ogni napoletano attore. Molto prima che esistessero i grandi teatri, il popolo napoletano aveva già imparato a raccontare, cantare e recitare: lo faceva per strada, nelle piazze, nei cortili.

Il dialetto napoletano è un linguaggio che respira con il ritmo naturale della poesia e si muove con la cadenza dei versi settenari e decasillabi senza che chi la parla ne sia consapevole. Le vocali aperte e chiuse, le consonanti raddoppiate, le sillabe che si intrecciano creando assonanze continue trasformano anche la conversazione più quotidiana in musica.

Le guarattelle: quando i burattini raccontavano la verità

Tra le forme più antiche di teatro di strada napoletano, le guarattelle risalgono al XVII secolo, quando le piazze di Napoli si trasformavano in veri e propri palcoscenici a cielo aperto. Non erano semplici spettacoli per bambini: erano teatro di denuncia, satira sociale mascherata da burattini. Il loro scopo era raccontare agli illetterati i dissensi del popolo contro i governi e le classi subalterne.

Il “panchetto”, quella scatola di legno leggera che i guarattellari trasportavano ovunque, era molto più di un teatrino: era un’arma di libertà. Attraverso il teatro di figura, i guarattellari riuscivano a sfidare le autorità e a prendere in giro i potenti, sfruttando la figura di Pulcinella come veicolo di protesta. La maschera bianca e nera diventava simbolo di un popolo che, pur senza istruzione formale, sapeva benissimo come esprimere rabbia, speranza e ironia.

Le strade di Napoli

Protagonista quasi obbligato di questo universo è Pulcinella, anima del popolo ed eroe del pubblico, con la sua voce stridula prodotta dalla pivetta, uno strumento antico che il maestro trasmetteva all’allievo in segreto. Il canovacco era sempre lo stesso: Pulcinella affrontava il cane feroce, il guappo prepotente, il gendarme arrogante, il monaco ipocrita, perfino la morte. Ma a vincere, alla fine, era sempre lui: l’uomo comune che non si piega.

Cantastorie e venditori: poesia ambulante

Accanto ai burattinai, nei vicoli di Napoli il colascione era spesso suonato da cantastorie e artisti ambulanti, diventando parte integrante della vita quotidiana e della cultura orale. Questi narratori itineranti si fermavano agli angoli delle strade con pannelli dipinti che raccontavano storie per immagini, come antichi fumetti viventi. Cantavano fatti di cronaca, leggende antiche rielaborate, amori tragici e gesti eroici.

La canzone serviva quindi per vantare la merce che vendevano, ma è da sempre presente anche per esprimere devozione alla Madonna, per comunicare con i carcerati, per commentare eventi storici, motteggiare un personaggio, rivendicare, protestare. Ogni mestiere aveva il suo grido, ogni venditore la sua cantilena: non semplici richiami commerciali, ma veri e propri componimenti in musica che si tramandavano come patrimonio del quartiere.

Un venditore ambulante che grida “Aret’ aret’, accattate ‘e limone!” sta componendo un settenario perfetto. Una madre che richiama il figlio “Viene ccà, nun me fà perdere ‘a pacienza!” costruisce un endecasillabo senza averlo mai studiato a scuola. La poesia in napoletano è caratterizzata da una musicalità unica, da immagini vivide e da una profonda umanità.

Questo accadeva perché il popolo napoletano, anche senza saper leggere, aveva assorbito per secoli una cultura orale ricchissima. La tradizione etnica di pura trasmissione orale fa uso di modelli e linguaggi complessi ed è in relazione con situazioni magico-rituali di origine pagana. Le ninnananne, i canti di lavoro, le invocazioni religiose, le filastrocche.

La scena che non finisce mai

In vicoli, piazze e cortili, i napoletani trovarono un modo per sfuggire alla durezza della vita quotidiana condividendo momenti di allegria e spensieratezza. Il teatro di strada non era un diversivo dalla realtà: era la realtà stessa che si trasformava in arte. Non servivano scenografie elaborate o costumi preziosi. Bastava un angolo di strada, qualche spettatore e la capacità innata di trasformare le parole in emozione.

Quando finalmente arrivarono i teatri veri, con palchi, sipari e biglietti d’ingresso, il popolo napoletano portò dentro quelle sale tutto quello che aveva imparato per strada.

I grandi drammaturghi della tradizione, spesso anche attori e registi, ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione, ma la verità è che quella cultura esisteva già da secoli. Solo che nessuno l’aveva mai scritta sui libri.

Il teatro prima del sipario era questo: un popolo che non aspettava il permesso di nessuno per recitare la propria storia.


Fonti e approfondimenti

  • Roberto De Simone, Gennaro Vallifuoco, “Le guarattelle”, Sorrento, Franco Di Mauro Editore, 2003
  • Storiacity.it – Articolo sulle Guarattelle Storiacity + 2
  • Napoli Misteriosa – Guarattelle Napoletane: tradizione del teatro popolare
  • Teatro e Ricerca – Le Guarattelle Teatrotrianon
  • Wikipedia – Teatro napoletano SpettacoliNapoli
  • Wikipedia – Dialetto napoletano Napoli misteriosa Espresso napoletano
  • Treccani – Enciclopedia dell’Italiano: Metrica e lingua

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