Sul terrazzo di un albergo di Sorrento, un ragazzo disegna. Fausto Sarli non ha ancora trent’anni, è in vacanza con la madre, e su un foglio di carta prende forma un abito che nella sua testa esiste già intero, con le pieghe, la caduta del tessuto, il punto in cui la luce dovrebbe fermarsi. Alle sue spalle, senza che lui se ne accorga, una donna osserva. Si chiama Adriana, dirige l’atelier romano di Emilio Schuberth, ed è lì per caso, in villeggiatura come tanti. Guarda quel disegno, poi guarda il ragazzo che lo ha tracciato, e capisce prima di lui che quella mano avrebbe cambiato qualcosa. Quella giovane promessa è nata a Napoli il 9 maggio 1927.
Napoli, l’ago e la necessità
Napoli, in quegli anni, non è la città dei saloni parigini né delle vetrine di Via Montenapoleone. È una città che esce dalla guerra e dall’occupazione con le tasche vuote e l’ingegno acceso. Sarli si iscrive alla facoltà di Economia marittima, ma la vocazione lavora altrove: durante gli anni difficili impara a rivoltare gli abiti di amici e parenti, a dare seconda vita ai tessuti, a leggere nelle pieghe consumate di una giacca la possibilità di un taglio nuovo. È un mestiere di necessità che diventa, senza che nessuno lo annunci, un mestiere d’arte. Gli studi di economia restano sulla carta. Il filo, l’ago, le forbici prendono il posto dei libri.
La bottega di Antignano
Adriana lo porta a Roma, da Schuberth, il grande sarto napoletano che a sua volta lo invia a perfezionarsi da un altro conterraneo, Antonio De Luca, tagliatore leggendario capace di trasmettergli i segreti di una lavorazione che a Napoli si tramanda più nelle botteghe che nelle scuole.

Sarli torna in città con quel bagaglio, e per quattro anni lavora quasi in silenzio, in un paio di stanzette al terzo piano di un palazzo senza ascensore, nel quartiere di Antignano. Una clientela piccola, fatta soprattutto di signore della buona società napoletana, gli concede fiducia prima ancora che fama.
La consacrazione alla Sala Bianca
La fama arriva nel 1954, quando a ventisette anni vince il premio per il miglior figurinista, assegnato da una giuria che comprende nomi come Schuberth, Roberto Capucci, Jole Veneziani, Germana Marucelli e Simonetta: gli architetti stessi dell’alta moda italiana che nasce in quegli anni. Il premio gli apre le porte di Palazzo Pitti, e nel 1956, a ventinove anni, Sarli sfila nella Sala Bianca con trenta abiti davanti alla stampa internazionale. È la consacrazione. Mentre i colleghi più affermati alloggiano negli alberghi di lusso sul Lungarno e si spostano in Aston Martin, lui passa le notti nei vagoni fermi alla stazione di Santa Maria Novella: un dettaglio che dice più di ogni biografia quanto quella vittoria fosse arrivata da lontano.
Via Filangieri, poi Via Veneto
Tornato a Napoli, apre il primo atelier in Via Filangieri, in un palazzo d’epoca. I negozianti del quartiere, invitati all’inaugurazione, lo snobbano: un giovane sarto, per quanto premiato a Firenze, non è ancora uno di loro. Sarà l’aristocrazia partenopea, insieme alla nuova borghesia nata nel dopoguerra, a smentirli. Ma Napoli, per quanto fedele, comincia a stargli stretta: nel 1959 apre un secondo atelier a Roma, in Via Veneto, cuore pulsante della Dolce Vita. È lì che il suo nome comincia a circolare tra le riviste patinate e i camerini della televisione, senza che lui stesso ricerchi quel tipo di visibilità: resterà per tutta la vita uno dei protagonisti più schivi dell’alta moda italiana.
Le dive, la televisione, il mondo
Nel 1961 firma i costumi di Mina per Giardini d’inverno, e negli stessi anni collabora con Studio Uno, vestendo alcune tra le voci e i volti più popolari della televisione italiana. Le gemelle Kessler, Ornella Vanoni, Carla Fracci, Valentina Cortese scelgono i suoi abiti; più tardi toccherà a Carla Bruni e Valeria Mazza sfilare per lui. Il cinema internazionale bussa alla sua porta negli anni Sessanta, con Liz Taylor, e negli anni Novanta con Monica Bellucci, Eva Herzigová e Carol Alt. Tra i suoi ammiratori più fedeli, Renzo Arbore, collezionista dei suoi gilet e presenza costante alle sfilate romane. Regine, mogli di capi di Stato, first lady: la clientela di Sarli attraversa i decenni senza mai smettere di rinnovarsi, mentre negli anni Settanta l’atelier apre nuovi mercati in Giappone, Canada, Stati Uniti e nei Paesi del Golfo.
L’abito come scultura
Ciò che distingue Sarli non è soltanto l’eleganza, ma un’idea del vestito che pochi altri stilisti italiani hanno portato alle sue estreme conseguenze: l’abito come scultura. Non un rivestimento del corpo, ma una struttura che nasce dal corpo e lo trasforma, costruita fondendo tecniche sartoriali antiche con materiali e volumi del tutto nuovi. È per questo che la stampa lo chiama lo scultore dell’alta moda, un’etichetta che lui accetta con lo stesso pudore con cui ha sempre accettato il successo. Nel 1998 la Fondazione Giorgio Cini di Venezia gli affida un compito che sembra scritto apposta per il suo talento: restaurare il guardaroba di Eleonora Duse. Gli abiti tornano a nuova vita, vengono esposti a Venezia e poi al Guggenheim Museum di New York, in un cortocircuito perfetto tra la sartoria napoletana e i più grandi musei del mondo.

Il ritorno, sempre, a Napoli
Napoli, intanto, non smette di essere il punto di partenza a cui tutto torna. Nel 2003 il Comune inaugura, nella Fondazione Mondragone ai Quartieri Spagnoli, il Museo della Moda: cinquanta abiti donati dallo stesso Sarli alla città che lo ha visto nascere, oggi patrimonio permanente della memoria cittadina. Nel maggio 2010, pochi mesi prima di morire, riceve dal sindaco di Roma Gianni Alemanno la Lupa Capitolina alla carriera, con una motivazione che parla di eccellenza dello stile italiano nel mondo.
Alla sua ultima collezione di haute couture sceglie di dedicarla a Giorgio Napolitano, napoletano come lui, scrivendogli che lo stile e la purezza delle sue creazioni gli ricordavano l’orgoglio per le proprie radici. Muore a Roma il 9 dicembre 2010, a ottantatré anni. Il Campidoglio viene offerto come camera ardente, e il Presidente della Repubblica lo ricorda come uno stilista universalmente apprezzato per l’originalità delle sue creazioni e per la sobrietà della sua persona.
Il filo che resta
Oggi il suo archivio, tra il museo napoletano e le collezioni private, resta uno dei documenti più preziosi per capire come l’alta moda italiana abbia saputo dialogare con il mondo senza rinunciare a un’identità precisa, radicata in una città e in un mestiere. Resta, soprattutto, la traccia di un filo che parte da una stanzetta senza ascensore ad Antignano e arriva fino ai flash del Guggenheim: lo stesso filo che un ragazzo, su un terrazzo di Sorrento, aveva già intravisto in un disegno fatto per gioco, senza sapere che qualcuno, alle sue spalle, lo stava guardando diventare grande.
Di Gaia Lucrezia Russo
Fonti
- Fausto Sarli, voce enciclopedica, Wikipedia (consultata 2026)
- Museo della Moda di Napoli, Fondazione Mondragone, scheda biografica Fausto Sarli
- È morto Fausto Sarli, maestro dell’alta moda italiana, NapoliToday, 9 dicembre 2010
- Moda in lutto, morto lo stilista Sarli, il Giornale, dicembre 2010
- Addio allo “scultore” dell’Alta moda, Inchiostro – Università Suor Orsola Benincasa, Napoli
- Sarli, Fausto, Enciclopedia della Moda, MAM-e.it
- L’Alta Moda italiana di Fausto Sarli, catalogo della mostra a cura di B. Giordani Aragno, Palazzo Incontro, Roma, Artemide Edizioni, 2007
- Fondazione Giorgio Cini, Venezia – archivio guardaroba Eleonora Duse


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