Faber, Fabrizio De Andrè e il suo amore per Napoli

 

-Se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente Anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio. –

 

Sei nel pullman affollato, imbottigliato nel traffico della tua città delirante e c’è un’unica salvezza, un’unica speranza: la poesia di Fabrizio de Andrè.

La bellezza non può che avvolgerti come una coperta calda e logora, puoi perfino stenderti e guardare verso il cielo, sentirli dentro di te i grattacieli delle sue parole, hanno le loro fondamenta nel tuo stomaco e si innalzano verso pensieri grandissimi. Ogni testo permea nella carne: la lacera, la graffia, se ne impossessa senza alcun diritto, senza alcun permesso. Così che la maieutica trionfa e sei tu a fiorire, acquisendo pudore e dignità.

Un amore profondissimo, che non tutti conoscono, tra una delle menti più geniali del Cantautorato italiano e la città dai mille volti: Napoli, la città che si muove, come lo stesso Faber racconta.

Una tra le prime testimonianze di questo tiepido ardore è certamente l’Epigrafe di un Anonimo campano del XX secolo sulla copertina dell’album “Anime salve”:

“Noi simme cori aridi

nimici della pace

quando due cori s’ammano

noi tutti ci dispiace”

 

 

La sua musica ribelle e irriverente, coraggiosa, il suo umorismo altissimo. Ogni tono, nel suo più prorompente vigore, lascia attoniti, ammutoliti. La sua costante denuncia, la rivoluzione che sgocciola da ogni frase, ogni accordo. Uno sguardo impudico nei meandri delle bassezze umane: i dispiaceri, le lussurie i peccati, gli emarginati e la loro straziante infelicità.

Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore. ”

Cantico dei drogati

 

 

Il “Percorso napoletano” di Fabrizio de Andrè raggiunse il suo culmine alla stesura e alla pubblicazione della canzone Don Raffae’, tratta dall’album Le Nuvole” del 1990. Quest’ultima fu una contestazione mirata sulle invivibili condizioni delle Carceri italiane negli anni Ottanta e sull’indegna arrendevolezza dello Stato alle regole e ai codici delle organizzazioni malavitose. La storia, come sappiamo, di un boss padrone del bello e del cattivo tempo, anche in carcere.

Si racconta che lo stesso Raffaele Cutolo, famosa mente camorrista e fondatore della “Nuova Camorra Organizzata”, scrisse a Fabrizio: –Come sei riuscito a descrivere così bene la mia condizione? –  da questo messaggio così abbozzato nacque una piccola corrispondenza, tant’è che il boss iniziò a spedire alcuni suoi scritti ed alcune sue poesie. Il cantautore genovese accennò ad una lettera di risposta, ma poi, per ovvi motivi, interruppe il rapporto epistolare.

Si narra che il brano abbia preso spunto dall’opera: Gli alunni del tempo” di Giuseppe Marotta, il cui protagonista, don Vito Cacace, era una guardia notturna e un intellettuale di strada, stimato e riverito da tutti poiché proprietario dell’unico quotidiano letto nella zona. Egli radunava ogni sera i vicini, raccontando loro gli avvenimenti politici, la cronaca, le filosofie spicciole dei potenti, influenzando i loro pensieri e plasmando la loro opinione sul mondo e sul governo, la stessa devozione che don Raffae’ conquista dal secondino Pasquale Cafiero.

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto cinquanta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
Eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè 

Il Ritornello della canzone inoltre, trovò ispirazione nel componimento di Modugno e Pazzaglia: O ccafè, citando anche il secondo atto di Questi fantasmi di Eduardo De Filippo, nella celebre esaltazione della bevanda più amata e adorata dai napoletani. Fu proprio con Eduardo infatti, che De Andrè ebbe un legame particolare, e come ricorda anche Massimo Bubola, durante le pause dalle registrazioni dell’album ascoltava abitualmente le commedie dell’artista tramite walkman, innamorandosene perdutamente e assorbendone così ogni sfumatura, ogni sospiro, ogni verità.

Forse fu proprio per questo che Faber amò Napoli e la sua musica: le ampissime melodie, la capacità di raccontare con poesia la vita popolare, l’amore per una città santificata e distrutta, una città nella quale ci si sente, sempre e comunque, a casa.

-Arianna Giannetti

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