Quando San Giovanni a Teduccio era un grande polo industriale

Quando San Giovanni a Teduccio era un grande polo industriale

Oggi stiamo assistendo ad una timida rinascita di San Giovanni a Teduccio, fra un fermento di associazioni, opere meravigliose di street art e l’inaugurazione del nuovo polo tecnologico. Fino agli anni ’60, invece, la zona era uno degli agglomerati industriali più importanti del Sud Italia, famoso sin dai tempi degli Angioini. Poi fu abbandonato per sessant’anni, portando il territorio in una enorme depressione, fra scheletri di fabbriche cadenti, poggiati sulle antiche spiagge dei pescatori, fatte di sabbia nera che ormai ha un mare ormai non più balneabile.

Così, sospeso fra futuro e peccati del passato, sembra essere bloccata la storia di San Giovanni a Teduccio, conosciuta sin dai tempi degli antichi romani con la villa di Theodosia.

Quando San Giovanni a Teduccio era un grande polo industriale

I francesi ci avevano visto lungo

Già nel XIII secolo l’area est di Napoli era sfruttata da attività produttive: alle spalle del “Ponte dei Granili” (che già lascia ben capire la destinazione della terra), infatti, l’area attuale di San Giovanni a Teduccio era sfruttata da mulini, concerie e macelli, attività che sono esistite fino ai primi anni del ‘900, quando poi sono state sostituite da industrie con catene di montaggio moderne.

Arriva Ferdinando II

Già Sotto il regno di Ferdinando II Napoli puntò con decisione ad est: dopo la costruzione a Portici di Pietrarsa, la prima officina di treni in Italia, la politica di Palazzo Reale cominciò ad investire sui territori nelle immediate vicinanze della capitale. Anche San Giovanni ne beneficiò, vedendo sorgere una prima realtà industriale che forniva metallo, legno e altri prodotti necessari per la costruzione e manutenzione dei treni. Cominciò in quel momento la trasformazione della cittadina (che ancora non era quartiere di Napoli) in area industriale.

Gennaro Aspreno Galante, nel suo racconto del 1845 sulla “Regia Strada delle Calabrie“, la strada che portava da Napoli fino alla provincia di Cosenza, spiega che San Giovanni a Teduccio era nota per i suoi pastifici e per le industrie di seta ed era uno dei comuni più belli della provincia di Napoli.

Pietrarsa San Giovanni a Teduccio
Lo stabilimento di Pietrarsa, recentemente restaurato. Un esempio brillante di recupero.

Dopo l’Unità ci fu un’esplosione di industrie pesanti

Non si può dire che l’Unità d’Italia abbia fatto male economicamente al territorio di San Giovanni a Teduccio, sul piano ecologico ci sarebbe invece molto da discutere. Ma all’epoca l’impatto ambientale delle imprese era un discorso inimmaginabile.

Subito dopo il 1861, arrivarono nuovi investimenti sul territorio, che era ancora diviso fra le paludi dell’entroterra, il miglio d’oro a pochi passi e la nuova linea dei Tram che giungeva nella nuova zona industriale. Fu l’imprenditore svizzero Corradini a fondare, nel 1882, una delle maggiori industrie metallurgiche del Sud Italia, sfruttando la vicinanza di San Giovanni con il mare e, di fatto, anticipando la costruzione della ligure Italsider, che sarebbe arrivata vent’anni dopo a distruggere il litorale di Bagnoli.
L’idea di creare una “Grande Napoli Industriale” venne a Francesco Saverio Nitti nel 1903 quando propose la creazione di una “zona franca” ad est ed ovest della città, dove le imprese non avrebbero pagato tasse. Il progetto fu realizzato con la Legge Speciale per Napoli, che effettivamente diede il via libera ad ogni speculazione industriale sulla città. E i primi risultati sembravano incoraggianti per chi sognava di trasformare Napoli in una piccola Lombardia.
I risultati? L’Italsider di Bagnoli a Coroglio e la Cirio dall’altro lato, dove già esistevano antiche fonderie come la Carmine De Luca. Erano tutte industrie “satellite” nate attorno al progetto di Pietrarsa. Poi sono arrivate a valanga la prima centrale elettrica, la “Capuano” del 1930, e le industrie manifatturiere meridionali.
Fino alla metà del ‘900 a San Giovanni a Teduccio c’erano almeno 5 grandi industrie di conserve alimentari, fra cui Paudice e Reale, ancora oggi esistenti. Attorno a queste grandi imprese c’era poi una costellazione di artigiani e imprenditori, come la Comanducci, che producevano la latta per gli imballaggi, la carta per le etichette o gli infissi . E non mancavano anche le industrie chimiche, del tabacco e degli elettrodomestici.

Chi guardava dal mare l’area di San Giovanni negli anni ’40 e ’50, probabilmente, doveva vedere un’immensa distesa di capannoni poggiati sull’antica spiaggia dei pescatori, che ancora si raccoglievano sugli ultimi fazzoletti di sabbia lasciati vergini. Oggi gli stessi capannoni sono una distesa di macerie.

Centrale elettrica
La centrale elettrica della SME, che funzionava a carbone. Costruita in riva al mare con i soldi del Piano Marshall.

L’abbandono e la lenta ricostruzione

Dopo la II Guerra Mondiale Napoli era diventata la ground zero delle industrie: ormai i bombardamenti alleati e i tedeschi avevano raso al suolo quasi tutte le attività produttive. Arrivarono gli anni ’70 e il mito della società industriale che aveva caratterizzato gli anni del boom economico si scoprì una fatale illusione. Come tasselli del domino, una ad una, chiusero quasi tutte le grandi industrie napoletane, con un processo che culminò con la chiusura del mitico Stabilimento Peroni di Napoli Nord, nel fallimento della SME e con l’acquisizione delle ultime realtà produttive da parte delle più competitive aziende del Nord Italia.
Negli anni ’80 chiusero anche le ultime industrie, preoccupandosi poco della disoccupazione diretta (e indiretta, dato che fallirono a catena tutte le piccole imprese collegate) creata. Di lì molti relitti industriali furono acquisiti dal Comune, ma i progetti di recupero e reimpiego furono tutti bloccati per vent’anni. Tutt’oggi l’unico esempio di successo è stato quello del Polo San Giovanni, costruito al posto dell’ex conservificio della Cirio.

Ed oggi San Giovanni a Teduccio convive con scheletri ed errori del passato recente e antico, come è anche il caso del Forte di Vigliena ridotto a un cumulo di macerie. Nonostante un’eredità pestante, il quartiere è tutt’altro che una periferia degradata e cerca il suo riscatto nel mondo digitale del Campus Apple e dell’accademia Digita e nell’entusiasmo dei giovani che vogliono far rinascere un territorio che di erto non può più contare sui suoi antichi campi e sulle spiagge scure, che erano bellezze naturali di tutto il litorale vesuviano che noi non conosceremo mai. O magari un giorno sarà possibile grazie alla realtà virtuale.

Interno Corradini
Interno della Corradini oggi

-Federico Quagliuolo

Fotografie di Marco Ferruzzi

Riferimenti:
Valerio Caruso, Territorio e deindustrializzazione, Meridiana numero 96, 2019
https://ec.europa.eu/regional_policy/it/projects/italy/old-tomato-canning-factory-in-naples-turned-into-innovation-hub
https://derivesuburbane.it/archeologia-industriale/fabbriche/ex-corradini/
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/09/26/san-giovanni-a-teduccio-da-grande-fabbrica-a-paludeNapoli02.html?awc=15069_1603371187_ab804b184ea4cfb884819752acaf0d0c&source=AWI_DISPLAY

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