La storia degli stadi del Napoli: dallo Stadio Diego Armando Maradona ai campetti del Mandracchio

La storia degli stadi del Napoli: dallo Stadio Diego Armando Maradona ai campetti del Mandracchio

Gli stadi del Napoli Calcio furono tantissimi. Ci siamo commossi per intere generazioni sugli spalti rossi dello Stadio San Paolo, poi diventati blu e, infine, trasformati nel palco privilegiato dello Stadio Diego Armando Maradona.
Prima ancora i nostri nonni ricordano le prodezze di Luis Vinicio nello Stadio Collana. E, ancora prima, quando Napoli era in macerie, l’Orto Botanico diventò un campo di calcio.

I giocatori del Napoli hanno giocato in quasi ogni quartiere della città. Ripercorriamo la storia a partire da tempi remotissimi: quando il football era un gioco di marinai inglesi e genovesi che si divertivano nel fango del porto di Napoli: era il 1904 e da questa data partirà la nostra storia.

Team Napoli 1908
Una delle tante squadre di Napoli nel 1908: sì, avevano una divisa biancoazzurra! Fu la prima squadra di Napoli.

Un antefatto: fra Capodichino e il campetto di Via Bernini al Vomero (1896 e 1902)

L’anno era il 1896 e si presentò una selezione di calciatori improvvisati sull’ippodromo in terra battuta del “Campo di Marte”, che un tempo era la zona delle parate militari borboniche e, durante la Grande Guerra diventò l’Aeroporto di Capodichino. L’episodio fu probabilmente la prima partita di calcio giocata a Napoli e i partecipanti furono i rappresentanti del Reale Club Canottieri e altri rappresentanti dei vari club cittadini. Ci fu un secondo episodio: Antonio, Paolo e Michele Scarfoglio, figli del più famoso Edoardo. I ragazzi crearono una squadra di giornalisti, tutti provenienti dal Mattino e dal Giorno: si chiamò Football Club Partenopeo e la “sede sociale” era nella casa dei fratelli Scarfoglio, come un vero e proprio team universitario del torneo della domenica. Fu un’avventura che durò poco più di un anno e fu un’appassionata parentesi calcistica sul campo del Vomero, nel terreno incolto che cresceva al posto dell’attuale stazione della Funicolare di Chiaia.

campi del Napoli: poligono di tiro
Uno dei campi del Napoli più insoliti: il poligono di tiro

Il Mandracchio e il Poligono di Tiro (1900-1920)

Il primo vero “campo” del calcio a Napoli fu un terreno pieno di fango e sudiciume nel porto di Napoli, che oggi nemmeno esiste più. Il Mandracchio era un luogo malfamato e sporco, ma vicino agli uffici degli appassionati calciatori che, come un gruppo di amici nel torneo di calcetto, aspettavano le navi straniere nel porto di Napoli per accogliere gli avventori con un pallone e sfidare i marinai a “Foot-ball”.
Erano i tempi di William Poths, un calciatore dilettante inglese e impiegato di una società di trasporti che si vantava di essere una gloria del Genoa, la prima squadra d’Italia, e fu capitano del Naples Football club. L’anno 1904 fu il giorno in cui, ufficialmente, nacque il primo team a Napoli.
Non esistevano schemi, tattiche e centri sportivi: le riunioni, come buona abitudine italiana, si svolgevano a tavola, precisamente in un ristorante alle spalle di Piazza San Domenico. Ed ogni partita era l’occasione per festeggiare e fare nuovi amici.

Il secondo stadio fu realizzato in un campo militare al Poligono, nei pressi di Via Campegna, in uno spiazzo vuoto e irregolare: furono piazzate delle porte (con vicino una sedia sulla quale si sedeva il portiere quando l’azione era lontana) e costruiti degli spalti di fortuna. Così i calciatori, nel fine settimana, andavano già vestiti con camicetta a righe blu e azzurre per sfidare gil altri club della città.
Erano i tempi dell’Internaples, della Puteolana e di almeno altre 12 squadre sul territorio cittadino e innumerevoli nella provincia, fra cui la leggendaria Torrese (che diventerà l’attuale Savoia). Ma per questa storia vi rimandiamo al nostro link sui pionieri del calcio a Napoli.

Calcio Napoli stadio albricci
1929: ultima partita del Calcio Napoli allo Stadio Albricci

Lo Stadio Partenopeo (1930-1942)

Il primo vero impresario sportivo in città, che nel 1926 diede origine alla Società Sportiva Napoli, ovvero la squadra come la conosciamo oggi. La Carta di Viareggio del 1926 aveva per la prima volta creato una divisione nazionale e chiuso, una volta e per tutte, i tornei regionali. Dopo un breve periodo nello Stadio Albricci dell’Arenaccia, un fatiscente impianto da 8000 posti usato durante la I Guerra Mondiale dai soldati italiani e sfruttato negli anni ’20 dal Napoli, si giunse a uno stadio di proprietà. Fu progettato da Amedeo D’Albora, ingegnere, politico ed ex calciatore napoletano.
Nel 1926 Fuorigrotta non aveva ancora conosciuto la costruzione di Viale Augusto e dintorni e il Rione Luzzatti era invece un quartiere di recente edificazione e strategico: fu qui che sorse l’antico Stadio Partenopeo, il primo stadio di proprietà in Italia, quasi cent’anni prima dello Juventus Stadium.

Era un impianto modernissimo, a pochi minuti dalla Stazione Centrale. Contava 20.000 posti e un ampio spazio per il parcheggio (e le auto all’epoca erano pochissime!), i biglietti erano gratuiti per donne, bambini e anziani. Il presidente del Napoli ebbe il privilegio solo di godersi la gara inaugurale, un Napoli-Triestina finito 4-1. Morì d’infarto poco dopo e gli fu intitolato lo stadio.
Pochissimi anni dopo, in occasione dei mondiali del 1934, lo stadio fu completamente ristrutturato in stile fascista e rinominato in “Stadio Partenopeo“: un impianto con 40.000 posti, una facciata monumentale in marmo e un centro sportivo vicino: qui ci furono le prodezze di Attila Sallustro, il primo fuoriclasse della squadra.
C’erano tutte le premesse per una “casa del Napoli” e così fu fino al campionato 1942, l’ultimo prima dell’interruzione delle manifestazioni sportive per la guerra.

L’epilogo fu tragico: lo stadio fu raso al suolo dai bombardamenti americani, poi fu usato prima come riparo dei senzatetto, che devastarono e saccheggiarono la struttura, e poi diventò lo sversatoio di tutti i materiali di risulta degli edifici crollati. Alla fine, irrecuperabile, fu demolito negli anni ’50 e fu costruito il Rione Ascarelli. Lo Stadio Albricci, invece, esiste ancora.

Stadio Partenopeo
Una visione estremamente suggestiva quella dello Stadio Partenopeo! Fotografia dell’Archivio Parisio

L’Orto Botanico (1945)

Sì, l’Orto Botanico diventò lo stadio del Napoli, seppur per un brevissimo periodo. Era appena finita la guerra e l’unico campo praticabile in città era proprio quello all’interno dell’antico istituto napoleonico di Via Foria. I posti per gli spettatori erano tutti in piedi, circa 3000, ma molti portavano sedie e panchine da casa, per assistere alle partite. Un momento unico nella Storia, uno sprazzo di ottimismo e di sorrisi in mezzo alla disperazione di una città in polvere che, come una nobildonna decaduta, conservava con orgoglio fra le macerie la collezione di piante curata da Nicola Tenore tanto amata dai sovrani francesi e borbonici.

Stadi del Napoli orto botanico
I giocatori del Napoli nell’Orto Botanico

Lo Stadio Collana (1933 e poi 1946-1959)

Ha una trafila infinita di cambi di identità: fu inaugurato nel 1929 come “Stadio del Vomero” nel giovane quartiere collinare. Poi diventò Stadio XXVIII Ottobre (la marcia su Roma), poi del Littorio e, per non farsi mancare nulla, diventò “Stadio della Liberazione” dopo il 1945.
Nel 1963 fu intitolato al giornalista Arturo Collana e, infine, nel 2012 è ritornato “Stadio della Liberazione”, anche se i cittadini continuano a chiamarlo col nome tradizionale. Fu progettato dallo stesso autore dello Stadio Partenopeo, sempre l’ingegner D’Albora.

Le sue dimensioni modeste, con solo 15.000 posti, erano da subito inadeguate per il tifo napoletano. La situazione fu sostenibile nel 1933, quando fu una soluzione provvisoria in attesa della ristrutturazione dello Stadio Partenopeo.
Per 15 anni, dopo il 1945, il Vomero fu letteralmente invaso dai tifosi “in eccesso”: spesso le partite erano osservate dai balconi delle case di Via Rossini oppure, con grande spirito imprenditoriale, altri fittavano addirittura i propri terrazzi e le proprie finestre. Furono stagioni concitate, fatte anche da invasioni di campo e tragedie: questo accadde ad esempio dopo un rigore “rubato” dal Bologna nel 1955, con i tifosi furiosi che scesero in campo: 160 contusi e 8 ricoverati gravi. Oppure quando, nel 1946, crollò la curva per le esultanze eccessive dei tifosi.

Durante la guerra lo stadio fu requisito dal comando tedesco e utilizzato come campo di concentramento. Ed oggi, dopo anni di degrado e declino, è ritornato una struttura moderna e viva.

Achille Lauro Stadio Collana
Achille Lauro allo Stadio Collana – Fotografia di Archivio Riccardo Carbone

Lo Stadio Del Sole (1959-1990)

Napoli-Juventus 2-1 decisa dalla sforbiciata di Luis Vinicio, altra leggenda del calcio napoletano. Il San Paolo non poteva non essere inaugurato con la partita fra lo yin e lo yang, le squadre rivali per eccellenza sul territorio partenopeo, il sud e il nord. E la goduria della vittoria non poteva che essere un buon auspicio.

Fra tutti gli stadi del Napoli, il San Paolo è ricordato come un gioiello di architettura per l’epoca: inaugurato il 6 dicembre 1959 in presenza di Achille Lauro, presidente del Napoli e sindaco della città, . Cambiò pochi anni dopo il nome, diventando così il famoso “San Paolo”: secondo la tradizione cristiana, Paolo nacque a Tarso (in Turchia) e giunse in Italia approdando dalle parti di Bagnoli: era stato arrestato a Gerusalemme dopo un tumulto popolare e stava per essere condotto in prigionia a Roma.

Lo stadio fu ristrutturato numerose volte: inizialmente aveva una capienza di 90.000 spettatori in piedi e, dato il tifo “sudamericano” dei napoletani, ricordava assai da vicino le leggendarie atmosfere degli stadi del continente al di là dell’Atlantico. E i

Il Napoli ne aveva già viste di tutti i colori in 30 anni: da una Serie B alla prima Coppa Italia nel 1956, arrivando al 10 maggio 1987, il primo leggendario scudetto. Si avvicinavano i mondiali. E nel 1988 cominciarono lavori rivoluzionari.

Stadio San Paolo
Il San Paolo nella sua veste originale: fra gli stadi del Napoli, il più iconico

Il “nuovo” San Paolo (1990-?)

Dopo gli interventi di Italia ’90, il San Paolo cambiò completamente volto, così come l’intero quartiere di Fuorigrotta, fra opere utili e mal realizzate, scandali e problemi strutturali.
In teoria il San Paolo nemmeno doveva essere più lo stadio del Napoli. Nel 1984 il presidente Ferlaino tentò ogni sorta di pressione politica per ottenere un supporto economico per costruire uno stadio da 150.000 posti a Casoria: sarebbe stato lo stadio più grande del mondo, sulla falsariga della storica ricerca dei record che ha sempre caratterizzato Napoli nei suoi ultimi 1000 anni di Storia. E avrebbe dovuto ospitare la finale dei Mondiali.
Il progetto non si realizzò per scarso interesse della pubblica amministrazione: la capitale Roma non si sarebbe mai privata del palcoscenico finale e uno stadio di dimensioni simili non era né finanziabile dal solo Ferlaino né le dimensioni consentivano una sostenibilità economica. Per intenderci, il Camp Nou con i suoi 100.000 posti ha costi di gestione colossali, giustificati dall’introito del Barcellona.

E così il nuovo San Paolo fu arricchito da una tribuna nuova, un anello coperto e 80.000 posti che durarono una decina di anni: la copertura pesantissima, realizzata follemente in ferro, trasmetteva scosse ad ogni esultanza, diventando pericolosissima per gli edifici circostanti. Oltretutto i collettori delle nuove fognature erano incapaci di sostenere le piogge, che si raccoglievano in misura nettamente maggiore rispetto al passato a causa delle pendenze e dei nuovi tunnel. Un disastro.

Anche sportivamente il Napoli sprofondò in un inferno poco dopo lo storico secondo scudetto del 1990: Maradona lasciò la squadra e, piano piano, il team dei due scudetti si smantellò. E la squadra leggendaria finì la sua corsa nel 2004, nel tribunale fallimentare.

Stadio San Paolo anni '90
Lo stadio San Paolo dopo gli anni ’90 – Foto di Federico Quagliuolo

Il futuro: lo Stadio Diego Armando Maradona

L’ultima evoluzione di tutti gli stadi del Napoli dopo la ristrutturazione del 2019, in occasione delle Universiadi. È arrivato prima il cambio di veste, con lo stadio colorato d’azzurro e, nel 2020, oltre alla veste è cambiato anche il nome.

Anche stavolta il San Paolo inizialmente era stato dato per morto: il presidente De Laurentiis aveva scelto nel 2012 proprio Casoria per la costruzione del nuovo stadio, sulle orme di Ferlaino. Poi la scelta ricadde sulla.
Ma il destino volle ancora il San Paolo di Fuorigrotta, che fu rinnovato per le Universiadi e fu colorato di azzurro. Alla festa d’inaugurazione mancava probabilmente proprio Diego, lontano dall’Italia per i soliti problemi con il Fisco.

Da una tragedia umana, però, si passa subito alla santificazione post mortem. Spinto dall’iniziativa popolare, Diego ha immediatamente assunto il ruolo di Santo Laico. Ed il suo nome affiancherà quello di San Gennaro, Padre Pio, Gaetano Errico e della Vergine di Pompei che, da sempre, accompagnano i calciatori prima di ogni partita. Perché a Napoli la protezione dall’aldilà non è mai troppa.

-Federico Quagliuolo

Santi San Paolo
I Santi dello Stadio San Paolo: adesso Maradona darà il nome allo stadio.

Riferimenti:
https://calcioantico.altervista.org/naples-foot-ball-club/
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/09/13/il-napoli-vende-tutto-il-san-paolo.html

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