Nicola Jossa, il volto violento del tre di bastoni nelle carte napoletane

Nicola Jossa, il volto violento del tre di bastoni nelle carte napoletane

Il tre di bastoni, nelle carte napoletane, ha il volto di un mostro: molti lo chiamano “Gatto Mammone“, il mostro spaventoso equivalente all’uomo nero della tradizione centro e nord-italiana. Nella sua ultima versione, quella famosa ancora oggi, assunse il volto beffardo di un uomo baffuto dallo sguardo divertito e crudele. Si dice, infatti, che sia il ritratto di Nicola Jossa, un noto guappo che diventò addirittura il Commissario di Pubblica Sicurezza di Napoli.

Partiamo prima da un chiarimento: le carte napoletane hanno un’origine antichissima, pescata da tradizioni orientali. I semi hanno avuto una lunghissima evoluzione ed i disegni che conosciamo sono stati codificati così da circa 130 anni, complice la rovina dei tantissimi produttori di carte da gioco artigianali in tutto il Sud Italia. Fino al XIX secolo ogni produttore aveva le sue fantasie e i suoi mazzi di carte e lo stesso tre di bastoni delle carte napoletane aveva più volti. Subito dopo l’Unità, ad esempio, il dieci di spade diventò in alcuni mazzi Vittorio Emanuele II, mentre Garibaldi diventò il nove di bastoni. Anche i volti del gatto mammone sul tre di bastoni, quindi, erano moltissimi.

Chi era Nicola Jossa?

Il reale volto di Nicola Jossa, così come la sua biografia: è tutto un grandissimo mistero. C’è chi lo dipinge come un camorrista sanguinario e spietato e chi invece come un semplice guappo di quartiere che, trovatosi nel posto giusto, fece carriera. Ne parlano un po’ tutti gli autori del Risorgimento, di tutti gli schieramenti: è citato da Giacinto de’ Sivo per i borbonici, ma anche Silvio Spaventa lo cita nei suoi ricordi. E lo ritroviamo già nel 1861 menzionato fra gli atti parlamentari assieme a Nicola Capuano, altro guappo napoletano che, durante i fatti dell’Unità, si distinse per i suoi servigi nella Guardia Nazionale riformata da Liborio Romano.

Durante il regime borbonico era famoso perché il randello era la sua arma preferita per compiere ogni tipo di prepotenza: di notte, infatti, Don Nicola spesso tendeva agguati e dava il benservito ad intere pattuglie di polizia. Questo già lascia intendere che Jossa era un “cane sciolto” non legato all’Onorata Società, che anche ai tempi dei Borbone aveva rapporti molto ambigui con la polizia.

I suoi gesti plateali e violenti alternati a grandi atti di generosità verso la plebe, infatti, sono proprio quelli tipici del guappo.

Non confondiamolo inoltre con Luigi Ajossa, che nel 1859 fu il “prefetto di ferro” ingaggiato da Ferdinando II per combattere la criminalità organizzata a Napoli, dopo eccellenti risultati a Salerno.

Tre di Bastoni Nicola Jossa ride camorra
Il tre di bastoni con il volto del Gatto Mammone che ride

Il randello e il tre di bastoni

Nicola Jossa talmente temuto e rispettato dai napoletani che le storie popolari su di lui sono una vera e propria letteratura a parte, non paragonabile a quella su Ciccio Cappuccio, ma buona per dare un’idea del personaggio. Si dice che un giorno, offeso per un battibecco avuto con alcuni poliziotti, si recò nell’ufficio del prefetto, lo picchiò e lo chiuse a chiave e, dopo, uscì salutato dalle guardie.

Sappiamo per certo che anche Jossa entrò a far parte della guardia nazionale e poi accettò la “conversione” nelle forze di polizia.

Di lì, il suo randello si scatenò contro i camorristi: un giorno, quando scoprì che un mandriere mandato da un tale Antonio di Porta di Massa aveva attraversato la dogana del Ponte della Maddalena senza pagare le tasse, fu capace di giustiziare l’intera mandria da solo davanti all’affranto pastore.

Probabilmente, secondo le leggende popolari, proprio la sua violenza con il randello diventò tanto famosa a Napoli da diventare proverbiale, finendo sulle carte da gioco proprio come gli altri protagonisti del Risorgimento.
In altre versioni della leggenda, invece, il tre di bastoni raffigura tre camorristi: le Guardie Nazionali erano infatti solite girare in gruppi di tre, armati di randelli, fermando i mercanti all’altezza de Ponte della Maddalena: “chesta è robba d’o zio Peppe“, dicevano. Per Peppe si intende Garibaldi. Poi requisivano il mezzo e riempivano di botte il conducente.

Questo episodio lo cita Marc Monnier nel suo libro “La Camorra”. Spiega che la Dogana di Napoli arrivò a riscuotere la miserevole cifra di 20 lire in un anno intero proprio a causa delle vessazioni dei camorristi e dell’assenza totale di controlli.

Purtroppo non esistono documenti o fonti d’archivio che potranno mai raccontare in modo certo questa curiosità, che è affidata alla narrativa popolare.

Ponte della Maddalena Napoli
Il Ponte della Maddalena, un vero e proprio campo di battaglia per i poteri criminali

Un guappo che combatte la Camorra

Il problema dei tanti compromessi fatti con personaggi poco edificanti per la storia d’Italia cominciò ad essere un vero grattacapo per i protagonisti dell’Unità subito dopo il 1861. Il conte di Cavour non la mandò a dire su molti personaggi scomodi: di Raffaele Conforti, l’uomo che convinse Garibaldi a fare il plebiscito, fu congedato un lapidario “Che abbia una magistratura e non si parli più di lui”. Altri, come Liborio Romano, finirono in Parlamento grazie al vasto consenso popolare, ma politicamente furono delle nullità. La Guardia Nazionale, invece, fu sciolta nel 1865 e fu data la possibilità ai suoi componenti di entrare in polizia, strada che pochi scelsero.

Chi era rimasto nella malavita, insomma, doveva essere fisicamente eliminato: già la legge Pica per la repressione del brigantaggio del 1863 indicava i “camorristi e gli oziosi” come soggetti da punire con il domicilio forzato: l’Italia cominciò quindi la sua complessa e ambigua guerra alla criminalità organizzata.

Un “delinquente ripulito” come Nicola Jossa era quindi l’identikit perfetto dell’uomo capace di arrestare il capo dell’Onorata Società. Ancora una volta l’Italia integrò un camorrista nelle forze dell’ordine. Stavolta lo scopo era quello di far guerra, paradossalmente, proprio alla Camorra.

Salvatore De Crescenzo, infatti, era diventato un pericolo pubblico, personaggio sgradito come pochi sia per i borbonici, a causa del ruolo fondamentale che ebbe nel controllo della popolazione, sia per i politici napoletani filounitari che avevano richiesto il suo aiuto. Lo stesso Liborio Romano scrisse un lunghissimo libro di memorie politiche per giustificare la sua scelta dinanzi al tribunale della Storia.

Nicola Jossa aveva quindi l’impegno di catturare l’ex capo della Guardia Nazionale.

Salvatore De Crescenzo Camorra Onorata Società
Salvatore De Crescenzo, il capo dell’Onorata Società

Un’occasione di vendetta

Per il nuovo responsabile di pubblica sicurezza l’occasione di incastrare il capo dell’Onorata Società fu un vero e proprio regalo.

Jossa era infatti esacerbato ed incattivito da un odio personale nei confronti di Salvatore De Crescenzo. Fu così che, conoscendo i luoghi dove operava, lo incontrò e lo pungolò sull’onore, sfidandolo alla zompata a Campo di Marte (l’attuale Capodichino).

L’incontro iniziale fra i due avvenne al Ponte della Maddalena, un luogo di passaggio che simbolicamente era anche il punto in cui si scontrarono nel 1799 le truppe del Cardinale Ruffo con i giacobini della Repubblica Napoletana. Fu lì che avvenne il dichiaramento, che è il primo atto formale che porta al regolamento di conti nei duelli criminali.

D’altronde, entrambi parlavano la stessa lingua. Nonostante uno fosse diventato poliziotto e l’altro rimasto un camorrista.

Nella sfida fra i due mondi della criminalità napoletana, Nicola Jossa ebbe la meglio ferendo al petto Don Salvatore. Fu probabilmente una delle umiliazioni più grandi per il vecchio capocamorra, che si vantava per la sua imbattibilità nei duelli. Lui stesso, distrutto nell’onore, si consegnò alla polizia come “prigioniero”.

Del resto della vita del nostro personaggio si sa poco e nulla. E così, nonostante Jossa sia ormai cenere da secoli, il suo volto beffardo ancora osserva milioni di napoletani, attraverso le carte da gioco che, secondo la leggenda popolare, lo ritraggono.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Monica Florio, Il guappo nella storia, nell’arte, nel costume, Kairos Edizioni, Napoli, 2004
Liborio Romano, Memorie Politiche
Camera dei Deputati

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