Luigi Morbilli, il poliziotto borbonico che sfidò la camorra

Luigi Morbilli, il poliziotto borbonico che sfidò la camorra

L’eterna lotta fra Stato e criminalità organizzata è ricchissima di episodi e personalità assolutamente insolite. Questo è sicuramente il caso di Luigi Morbilli, il commissario di polizia di Montecalvario. Era fedele a Ferdinando II ed era famoso per i suoi modi violenti e feroci con i quali approcciava la criminalità. Morbilli era infatti convinto che i delinquenti dovessero essere trattati “alla pari”.

Le sue gesta diventarono leggenda ed il popolo aveva gran paura del funzionario di Pubblica Sicurezza e delle sue guardie: nelle poche memorie storiche che ci sono giunte, scopriamo che decise di combattere a viso aperto la Camorra, utilizzando spesso metodi simili a quelli dei camorristi: cercava infatti di umiliarli in pubblico, dimostrando che anche l’uomo più temuto di tutti diventa una nullità quando incontra uno più cattivo di lui.

Acquaiolo napoletano
L’acquaiolo napoletano

Gli acquafrescai e le tangenti

L’indagine che lo rese famoso riguardava il complesso sistema di tangenti che affogava gli acquafrescai: i camorristi pretendevano, in misura sempre maggiore, percentuali sulla vendita dell’acqua, “tasse” sull’occupazione del suolo pubblico e il classico pizzo per i pochi fortunati che avevano una piccola bottega. Molti commercianti, in nome della sicurezza, finivano sul lastrico o erano costretti a ricorrere ad usurai.
I primi arresti della polizia borbonica furono inutili. Nel popolo c’era grande sfiducia verso gli agenti, soprannominati “i feroci“: erano infatti famosi per la loro inerzia e corruzione. Poi, quando la criminalità degenerava nei quartieri, cominciavano retate violentissime, con arresti di massa e bastonature.
Gli acquafrescai, però, nel timore di punizioni sia da parte dei poliziotti che dei camorristi non incarcerati, decisero di continuare a pagare le tangenti in segreto. Quando si scoprì questa cosa, il commissario Luigi Morbilli volle dare un segnale forte alla popolazione, per dimostrare che lo Stato era più forte della criminalità.

Il duello di Luigi Morbilli

Il commissario Morbilli, dopo aver constatato che effettivamente le retate della polizia non avevano per nulla scalfito il business della criminalità, decise di risolvere il problema in modo plateale: il poliziotto fece diffondere la voce in tutti i Quartieri Spagnoli: aveva intenzione di sfidare di persona Arturo Mazzola, il caposocietà di Montecalvario, per risolvere la questione al di fuori di ogni procedura e ogni legge.

Un giorno si presentò dinanzi a lui, mentre passeggiava nel mercato dei Quartieri Spagnoli. I due si guardarono, poi il poliziotto mostrò un coltellaccio e sfidò il camorrista alla zumpata: era una questione d’onore, un vero uomo non poteva tirarsi indietro davanti a un duello.

Luigi Morbilli vinse la sfida, ferendo il camorrista e costringendolo alla resa. Non si fermò: prese una caraffa d’acqua e costrinse il criminale a berla tutta, per umiliarlo dinanzi a tutto il suo popolo. Fu un gesto mai fatto prima da un membro delle forze dell’ordine che distrusse l’onore del camorrista.
Di tutta risposta, il criminale prese una pistola e la puntò contro il poliziotto, che non si scompose e gli sputò in faccia.

Anche qui l’uomo di Stato conosceva perfettamente il linguaggio d’onore dei camorristi del passato: non si sfida mai con un’arma da fuoco un uomo disarmato.

Morbilli, insomma, aveva dimostrato al popolo di essere ben più coraggioso del camorrista Mazzola che, dopo aver fatto anche la figura del vigliacco, alzò le mani e si consegnò alla giustizia.

Poi Morbilli urlò: “Avanti, sono disarmato: qualcuno vuole sparare?”. Nessuno alzò un dito.

zumpata luigi morbilli
La zumpata, il duello all’arma bianca

La vendetta di Mazzola

Il camorrista fu portato in carcere, ma evase dopo pochi giorni e, tramite un prestanome, fece recapitare una lettera al commissario. Gli disse che, se il poliziotto avesse smesso di dargli la caccia, si sarebbe vendicato uccidendo sua moglie.

Praticamente voleva giocare al gatto e al topo.

Di tutta risposta, Morbilli portò con sé la moglie alla festa del santuario di Montevergine, ad Avellino: era usanza della Bella Società andar lì il giorno di pentecoste per festeggiare fra banchetti ed il “canto a figliola”, che era una versione napoletana delle sfide freestyle famose in America: due contendenti si sfidavano con canti e filastrocche che contenevano offese personali ed allusioni erotiche contro mogli, sorelle e madri, tanto da degenerare spesso in risse fra le risate degli astanti.

Morbilli, consapevole di quelle usanze e certo della presenza di Mazzola, si recò proprio nell’osteria in cui festeggiavano gli “uomini d’onore”.
Quando i delinquenti videro un uomo in divisa all’interno del locale, scese il gelo. Tutti si rivolsero verso l’insolita presenza, guardandolo in silenzio.

Morbilli ruppe il ghiaccio: “Volevo sfidare Arturo Mazzola ai canti ‘a figliola, ma evidentemente quello ha paura e perciò non si è fatto vedere”.

Festa di Montevergine ritorno
Al ritorno dalla festa di Montevergine

Il canto ‘a figliola

Colpito di nuovo nell’onore, Mazzola si alzò ed accettò la sfida: i due si offrirono a vicenda un bicchiere di vino, com’era usanza fra i camorristi, e cominciarono ad offendersi cantando finché Mazzola, offeso, provò ad uccidere il poliziotto con un coltello.

Morbilli, impassibile, gli disse “La lama serve per far fuori me o per altre bravate? Ho saputo che vuoi uccidere mia moglie: una volta i camorristi non se la prendevano con le donne”.
Di lì, umiliato dinanzi all’intera Società, Mazzola gettò per terra il coltello e si consegnò silenziosamente al poliziotto. Ormai aveva perso la dignità davanti ai suoi stessi compagni e, per un camorrista dell’Onorata Società, era un fatto grave quanto la morte.

Questa storia dipinge esattamente la forma di “giustizia” della Camorra: Mazzola si è decretato sconfitto solo dopo essere stato giudicato e vinto secondo le sue leggi. Luigi Morbilli, a sua volta, mise invece in atto una vera e propria giustizia da far west, dove il tutore della legge, pur di ottenere la sconfitta del delinquente, scende sullo stesso terreno dei criminali.

Morbilli lavorerà come commissario di polizia fino al 1860, anno in cui Francesco II lo esonerò dall’incarico e Liborio Romano inserì all’interno delle forze di polizia proprio i camorristi: a causa dell’improvviso sconvolgimento della Storia del Regno delle Due Sicilie, il buon Luigi Morbilli, ormai anziano, fu pure costretto a fuggire da Napoli e vivere in clandestinità. Aveva ormai su di sé l’odio e la sete di vendetta dell’intera Onorata Società.

Un destino atroce.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Vittorio Paliotti, Storia della Camorra, Newton Compton, Roma, 2004
Francesco Barbagallo, Storia della Camorra, Il Mulino Editore, Bologna, 2013
Pietro Calà Ulloa, Il Regno di Ferdinando II, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1967
Almanacco reale del regno delle Due Sicilie – Google Books

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