Antonio de Curtis, prima di diventare Totò per il grande pubblico del cinema italiano, era già Totò per le platee dei teatri di varietà. Un principe della risata che si era costruito, sera dopo sera, un patto non scritto con il pubblico che andava ad applaudirlo. È proprio in questo rapporto con la platea, più che nei contratti o nelle opportunità professionali, che va cercata la ragione di uno degli episodi meno raccontati della sua carriera: un ruolo importante, arrivato nel momento in cui il cinema italiano cominciava a corteggiarlo sul serio, che Totò decise di rifiutare.

La ragione? Non voler tradire il personaggio e, soprattutto, il pubblico che lo aveva trasformato in uno degli interpreti più riconoscibili del teatro comico napoletano.

Totò rifiutò un ruolo

Totò, un uomo di teatro prima del cinema

Prima di Fermo con le mani, il film del 1937 che segna il suo esordio cinematografico, Totò aveva già alle spalle quasi vent’anni di palcoscenico. Avanspettacolo, rivista, compagnie itineranti e spettacoli nei teatri italiani avevano costruito progressivamente la sua fama.

Era un mestiere fondato sul rapporto diretto con la sala: sull’improvvisazione, sulla capacità di leggere il pubblico e su un ritmo comico che si perfezionava replica dopo replica. Il teatro permetteva all’attore di modificare una battuta, allungare un gesto, reagire a una risata.

Il cinema funzionava in modo completamente diverso. La macchina da presa fissava per sempre ogni movimento e ogni espressione, sottraendo all’attore quella relazione immediata con la platea che aveva costituito la forza di Totò.

Negli anni Trenta, inoltre, era piuttosto diffusa l’idea che gli attori di teatro potessero perdere efficacia davanti alla macchina da presa. Anche il regista Alessandro Blasetti, tra i nomi più autorevoli del cinema italiano dell’epoca, aveva espresso perplessità sulla possibilità che una grande presenza teatrale riuscisse a trasferirsi intatta sullo schermo.

Per un artista come Totò, la questione era tutt’altro che secondaria.

Il ruolo che Totò rifiutò nel 1936

Fu proprio in questo clima che, nel 1936, il regista Carlo Ludovico Bragaglia gli propose un ruolo cinematografico tratto da un episodio del Decameron: un personaggio sciocco e credulone, costruito soprattutto sulla tradizione della macchietta comica.

Totò rifiutò.

Non fu necessariamente il gesto di un divo che poteva permettersi di scegliere. Nel 1936, infatti, Totò non era ancora il grande protagonista del cinema italiano che sarebbe diventato negli anni successivi. Era soprattutto un artista di teatro, conosciuto dalle platee dell’avanspettacolo e della rivista.

Il rifiuto può essere letto proprio alla luce di questa identità.

Accettare quel personaggio avrebbe significato trasferire sullo schermo una versione di sé che Totò evidentemente non sentiva ancora propria: una comicità più facilmente riconducibile alla macchietta, mentre il suo percorso teatrale aveva costruito una figura molto più dinamica, irriverente e fisicamente imprevedibile.

Non era soltanto una questione di ruolo. Era una questione di identità artistica.

Perché Totò temeva il cinema

Il rapporto di Totò con il cinema, almeno all’inizio, fu quindi tutt’altro che semplice.

Il teatro gli offriva qualcosa che lo schermo non poteva restituire: la possibilità di misurarsi direttamente con il pubblico. Ogni replica era diversa dalla precedente e ogni risata poteva diventare materia per la battuta successiva.

Il cinema, invece, trasformava quella presenza viva in un’immagine definitiva. Per un attore abituato a costruire la propria comicità sul corpo, sul ritmo e sull’interazione con la platea, il passaggio dal palcoscenico alla macchina da presa rappresentava una vera trasformazione del mestiere.

Totò avrebbe poi trovato un modo tutto suo di affrontarla. Ma nel 1936 il cinema non aveva ancora dimostrato di poter contenere completamente il suo talento.

La fedeltà al pubblico prima del mercato

È questo l’aspetto più interessante del rifiuto di Totò.

Non tanto il film che non fece, uno dei tanti progetti che nel cinema italiano degli anni Trenta potevano nascere e poi scomparire, quanto il criterio con cui scelse di dire no.

Totò non era ancora il protagonista cinematografico capace di dettare le proprie condizioni. Eppure sembrò anteporre alla possibilità di conquistare rapidamente lo schermo la coerenza con l’artista che aveva costruito in teatro.

Il suo pubblico era quello dell’avanspettacolo e delle platee popolari: spettatori che conoscevano il suo modo di stare in scena, il suo linguaggio, la sua fisicità e quella comicità apparentemente anarchica che sarebbe diventata il suo marchio.

Anni dopo, Mario Castellani, la sua storica spalla teatrale e cinematografica, avrebbe restituito bene la distanza tra i due mondi, sottolineando quanto per Totò il teatro rappresentasse qualcosa di insostituibile.

Il rifiuto del 1936 sembra anticipare proprio questa tensione: il timore che il cinema potesse trasformare un artista nato sul palcoscenico in una versione ridotta di ciò che era realmente.

Dal teatro al cinema: Totò senza tradire sé stesso

La storia dimostra che il timore di Totò non era infondato, ma nemmeno insuperabile.

Quando il cinema tornò a chiamarlo, l’anno successivo, lo fece con Fermo con le mani, diretto da Gero Zambuto e prodotto dalla Manenti Film. Era l’inizio di una carriera cinematografica destinata a trasformare per sempre la commedia italiana.

Totò avrebbe interpretato decine di film, diventando una delle figure più importanti della comicità italiana del Novecento. Ma la sua identità cinematografica non cancellò mai quella teatrale.

Anzi, è proprio dal palcoscenico che arrivava quella combinazione di gesto, parola, ritmo e improvvisazione che avrebbe reso inconfondibile la sua presenza davanti alla macchina da presa.

Per questo il piccolo episodio del 1936 acquista, a posteriori, un significato diverso.

Non racconta soltanto di un ruolo rifiutato. Racconta di un attore che, prima ancora di sapere quale sarebbe stato il proprio posto nella storia del cinema italiano, aveva già intuito una cosa fondamentale: non tutte le occasioni sono occasioni giuste.

A volte dire no significa proteggere ciò che si è costruito.

E Totò, prima di diventare una maschera del cinema, era stato un uomo di teatro. È forse anche per questo che, quando finalmente arrivò sul grande schermo, riuscì a portarci dentro qualcosa che la macchina da presa non avrebbe potuto inventare: il rapporto vivo con la platea.

Approfondimenti e fonti

Franca Faldini, Goffredo Fofi, Totò, l’uomo e la maschera, Feltrinelli/Minimum Fax (prima ed. 1977)

Alberto Anile, Il cinema di Totò (1930-1945). L’estro funambolo e l’ameno spettro, Le Mani, 1997

Filmografia di Totò: https://it.wikipedia.org/wiki/Filmografia_di_Tot%C3%B2

Rai Teche — Passato e Presente, L’Italia di Totò

Diventa un sostenitore!

Storie di Napoli è il più grande ed autorevole sito web di promozione della regione Campania. È gestito in totale autonomia da giovani professionisti del territorio: contribuisci anche tu alla crescita del progetto. Per te, con un piccolo contributo, ci saranno numerosissimi vantaggi: tessera di Storie Campane, libri e magazine gratis e inviti ad eventi esclusivi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *