Le strade borboniche di Napoli che cambiarono nome dopo l'Unità

Le strade borboniche di Napoli che cambiarono nome dopo l’Unità

Girando per qualsiasi città, i nomi delle strade sono le cose con cui abbiamo più a che fare… ma da dove provengono?
In particolare Napoli sembra non avere strade borboniche: ci sono nomi di Vittorio Emanuele, Umberto e tanti personaggi protagonisti dell’Unità. Poi, al di là di Piazza Carlo III, Via Bernardo Tanucci e pochi altri nomi, c’è.

Poco tempo fa, abbiamo parlato dei nomi di alcuni vicoli e di chi li inventò.. come il Vico Scalciccia.

strade borboniche santa lucia
Santa Lucia, una delle strade borboniche per eccellenza

Le strade borboniche che persero il proprio nome

Ciò che ha riscritto completamente la storia recente della città è un evento storico preciso: la venuta dei Savoia. Odiati o amati i Savoia hanno cambiato Napoli, con un po’ di amarezza bisogna parlare dei numerosi simboli della dinastia dei Borboni distrutti o sradicati dalle piazze. Gli antichi latini avrebbero parlato di Damnatio memoriae: fu un’operazione politica per inaugurare un nuovo corso.

Una sovrapposizione di monarchie che ha tentato nel corso degli anni di dare un volto nuovo alla città, mortificando politicamente il regno passato e, così, aprendo una ferita che ancora oggi fa male nella memoria dei napoletani, divisi dopo 170 anni fra legittimisti borbonici e filounitari.

Uno degli esempi più vividi è proprio il Corso Vittorio Emanuele, il nome di oggi non ci parla né dei creatori né delle finalità del percorso. Voluta da Ferdinando II, questa strada, lunga 4km, è stata il primo esempio di tangenziale in Europa, con lo scopo di collegare due nuclei della città, fu chiamata Corso Maria Teresa, in onore della regina ma dopo l’Unità d’Italia, prese il nome del primo Re d’Italia.

Uno dei casi più famosi riguarda Piazza Dante, fino al 1871 denominata Foro Carolino, in onore del Re Carlo di Borbone. Fu ribattezzata Piazza Dante, in onore dello scrittore fiorentino che parlò dell’Unità di Italia (e che ebbe anche un breve rapporto con Napoli), difatti la piazza è dominata dalla statua del Sommo Poeta che, ignaro della “realizzazione” dell’Unità d’Italia, ne parlò in tempi antichi.

Non possiamo poi dimenticare il caso di Via Toledo rinominata in Via Roma, con un torto storico che durò quasi cent’anni.

Anche la piazza più grande della città non sfuggì al destino, ed è proprio nel 1860 che nasce il nome di Piazza del Plebiscito, riferendosi al plebiscito popolare con cui Napoli diceva sì all’annessione al Regno dei Savoia, grazie all’opera di Raffaele Conforti.

Ennesima vittima del ri-battesimo delle strade borboniche di Napoli, fu Piazza San Ferdinando. Fino al 1919 era in compagnia di una statua di un sovrano borbonico, anch’essa in pieno centro: stiamo parlando di Piazza Trieste e Trento.

Addirittura Vittorio Emanuele III, ebbe la bellezza di quattro strade dedicate al suo nome, e le gallerie Galleria Umberto I e Galleria Principe presero, ovviamente, il nome per la dinastia che le fece costruire.

Corso Umberto e zone limitrofe, come Via Liborio Romano, furono poi frutto del Risanamento, così come la colmata a mare che coprì Santa Lucia, il borgo di pescatori fedele ai Borbone.

E infine una delle strade che collegava il nascente quartiere Vomero, al quartiere Chiaia del lusso, denominata Via del Parco Regina Margherita, del parco resta ben poco, o forse si è sempre trattato di un parco immaginario.
Una strada dedicata alla Regina Margherita di Savoia, che si dice abbia dato il nome alla pizza… Ma questa è un’altra storia.

-Roberta Montesano

P.S.

in merito all’annosa questione “Si dice Borbone o Borboni?“, ci sono numerose pronunce discordanti. In realtà, la parola “Borboni” al plurale compare plurale anche in alcuni atti ufficiali di Stato della dinastia. È ormai pacifico, però, che il nome sia da usare al singolare, come affermato anche recentemente dall’Accademia della Crusca.
Secondo altri linguisti, come nel caso del Dizionario della pronunzia italiana, il cognome Borbone è una delle eccezioni di “cognomi ammessi anche al  plurale”, come accade anche nel caso degli Angioini.

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