Il leggendario "Capitan Peppe" Martinez, terrore dei pirati saraceni nel '700

Il leggendario “Capitan Peppe” Martinez, terrore dei pirati saraceni nel ‘700

Per cinquant’anni al servizio di Carlo di Borbone con un solo obiettivo: ripulire il Mediterraneo dai pirati. La storia di Capitan Peppe, all’epoca Giuseppe Martinez, è una di quegli eroi nazionali oggi dimenticati, ai quali nemmeno è dedicata una targa o un vicoletto.

Eppure ai suoi tempi era considerato al pari di una leggenda per il neonato Regno di Napoli: fu infatti un ufficiale di marina talmente bravo e carismatico da venir soprannominato “il terrore dei barbareschi” (erano così soprannominati i popoli del nordafrica). Fu proprio grazie alle sue imprese che Napoli riuscì a fermare pirati e corsari che terrorizzavano il Mediterraneo.

Ritratto Capitan Peppe
Un ritratto di Capitan Peppe conservato al Museo di San Martino

Dalla Spagna a Napoli

Gli spagnoli, prima del collasso dell’Impero, sfornarono eccellenti capitani, fra cui Joseph Fulgencio Martinez, che nacque a Cartagena nel 1702 e cominciò la sua avventura nella marina borbonica di Filippo V di Borbone, dove si distinse subito per il suo carattere spigliato e carismatico e per il suo entusiasmo anche davanti al pericolo.
D’altronde, buon sangue non mente: era il quarto figlio di una antica famiglia di nobiltà di spada e, quando Carlo di Borbone giunse a Napoli nel 1734, fu presto chiamato in città dal giovanissimo re, che cercava di costruire un nuovo regno con gli uomini migliori conosciuti durante il suo cammino.

Il leggendario "Capitan Peppe" Martinez, terrore dei pirati saraceni nel '700
sciabecco di pirati barbareschi abborda una nave litografia 19 sec.

Catturate Re Carlo!

Napoli ai tempi del giovane Re Carlo era un disastro. Il ministro Bernardo Tanucci raccontò nelle sue lettere che addirittura al suo arrivo a Palazzo Reale non c’erano nemmeno i mobili e l’intero edificio era tanto fatiscente che sembrava sul punto di crollare: potremmo dire lo stesso per la struttura amministrativa dello Stato, abbandonata a sé stessa, rimasta al medioevo e con un esercito e una marina allo sbando completo, incapaci di difendere la Sicilia e le coste continentali dai continui assalti dei pirati e dei corsari.
Sin dai tempi degli antichi romani, infatti, viaggiare nel Mediterraneo era pericolosissimo. E proprio nel ‘500 e nel ‘600 la possibilità di morire o diventar schiavo era altissima. Notiamo anche in questi tempi la nascita di tante società cooperative e assicurazioni dei marinai, come il Pio Monte dei Marinai di Procida.

Il buon Carlo capì presto sulla sua pelle che era necessario far qualcosa: il 21 aprile 1738, al suo ritorno da una battuta di caccia a Procida, fu assaltata la sua nave personale da quattro sciabecchi pirati, che avevano la missione di rapire il re di Napoli per portarlo come prigioniero in Algeria.

Mai si era visto prima di allora un gesto simile: i pirati erano arrivati alle porte della capitale ed erano quasi riusciti a rapire il sovrano. Cominciò con questo shock la lunghissima opera di mediazione con l’Impero Ottomano e di riforma della marina napoletana (sua fu l’introduzione della Fanteria di Marina, i precursori dei moderni marines). Gazie agli sforzi di Carlo, l’Armata di Mare diventò in breve tempo una delle più avanzate ed apprezzate del Mediterraneo.

Armata di Mare delle Due Sicilie Pirati
L’Armata di Mare del Regno delle Due Sicilie: si fece molto apprezzare per la sua lotta alla pirateria

Ci pensa Capitan Peppe

La prima volta in cui Carlo di Borbone sentì parlare di Capitan Peppe fu nel 1743, quando due galeotte del Regno di Napoli portarono in città una nave saracena con tanto di equipaggio. Era stata catturata in acque nemiche dal comandante della San Francesco, che era proprio Martinez. Cominciò così una carriera straordinaria.
Per la prima volta dai tempi di Ferrante d’Aragona, la capitale del regno rispondeva militarmente ai pirati saraceni. Fu una vera dichiarazione di guerra, anche se proprio 3 anni prima, nel 1740, Carlo di Borbone aveva firmato a Costantinopoli un trattato di pace con il Gran Visir El Haji Mohamed in cui Napoli si impegnava a versare agli ottomani una consistente cifra per bloccare gli assalti pirati. Non servì a nulla.

Giuseppe Martinez si guadagnò il soprannome “Capitan Peppe” dagli amici e l’appellativo dispregiativo “Pepo dai nemici nordafricani. Da tutti, però, era temuto o ammirato: sono documentate più di 30 azioni del capitano spagnolo\napoletano contro i corsari barbareschi, tutte concluse con la cattura di centinaia di schiavi che furono utilizzati anche come manodopera. Basterà pensare che la Reggia di Caserta fu costruita grazie proprio a molti prigionieri di guerra catturati da Capitan Peppe durante le sue incursioni.

Le sue avventure cominciarono a diventare leggenda nel Regno delle Due Sicilie: caricava i suoi uomini con discorsi infuocati, infarciti di parole metà spagnole, metà napoletane e metà italiane. Le navi, come da tradizione spagnola, erano tutte chiamate con i nomi dei santi patroni del Regno, dal “San Gennaro“, al “Sant’Antonio“, lo sciabecco di Martinez. E furono proprio questi nomi, che assumevano anche un significato simbolico di cristianità, che portarono terrore sulle coste ottomane.

Le imprese di Capitan Peppe diventarono tanto ardite che nel 1754 riuscì in un’azione che ebbe tantissimo rilievo internazionale: dopo una battaglia furiosa durata un’intera notte catturò il Teramo, una nave ammiraglia algerina, con tanto di 108 prigionieri. Per riuscirci l’aveva inseguito fino in acque nemiche, rischiando conseguenze disastrose, ma uscendone vittorioso. Grandi rischi, grandi trionfi.
Era la terza nave nemica requisita in pochi mesi: nel 1753 aveva infatti catturato un pinco e un altro sciabecco, tutti con la bandiera del Bey d’Algeria. Grazie alla sua costante vigilanza, le incursioni corsare sulle coste delle Due Sicilie diminuirono vistosamente.

Ahmed Bey di Algeria
Ahmed, uno dei più famosi Bey di Algeria

Invidie, colpi bassi e accuse di omosessualità

Il successo porta invidia. E non c’è uomo che, dinanzi al trionfo, non venga ostacolato in ogni modo dai suoi avversari o addirittura dai suoi compagni.
Capitò così anche per Capitan Peppe che fu accusato di omosessualità, un fatto che all’epoca destava scandalo, a maggior ragione per un alto ufficiale della marina militare. Più volte fu infatti denunciato per aver dormito assieme a uomini o per aver fatto avances a giovani marinai, anche se le accuse non finirono mai in condanne: non conosceremo mai la verità, ma è innegabile che un personaggio estroverso e fuori dalle righe non piacesse affatto ai suoi superiori.

Un altro episodio quando il capitano visitò Lipari. Capitan Peppe, che si trovava lì con il suo sciabecco, salutò il governatore dell’isola con nove salve di cannone, ma questo scatenò un incidente disciplinare, dato che il commissario di bordo non aveva autorizzato l’utilizzo della polvere da sparo.
Ne seguì un lunghissimo procedimento giudiziario che, fra ricorsi e appelli, coinvolse addirittura Carlo di Borbone. Il re, con il suo fare salomonico, decise di assolvere il suo fidato capitano, ma specificò che nei casi futuri Martinez avrebbe pagato di tasca sua tutte le spese per iniziative irregolari.

Capitan Peppe, al culmine della sua carriera, fu ferito in battaglia per ben tre volte e altrettante volte tornò in cabina senza fare una piega: grazie al suo carisma e al suo spirito battagliero era considerato addirittura immortale dai suoi marinai e siamo certi che visse a bordo della flotta borbonica almeno fino a 67 anni, nel 1769. Nonostante i tanti veleni che ricevette dai suoi stessi alleati, la stima di cui godeva presso i marinai e presso il popolo di tutte le coste duosiciliane era pari ad una leggenda vivente: il capitano fu inviato anche come rappresentante del Regno di Napoli a supporto di incursioni spagnole e portoghesi contro i Saraceni e questo lascia ben intendere anche la sua bravura nella strategia militare, nonostante l’età avanzata.

Dragut Rais
Dragut Rais, uno dei più formidabili ammiragli barbareschi della Storia. Fu un incubo per tutto il Mediterraneo

La fine della pirateria

Con l’addio di Carlo di Borbone, il consiglio di reggenza era più occupato a bocciare le iniziative di Bernardo Tanucci che a curare l’apparato militare dello Stato. E la flotta napoletana cominciò a scricchiolare, tant’è vero che ricominciarono di nuovo le incursioni barbaresche. Per giunta non conosciamo la data precisa di morte di Capitan Peppe.

I tempi della diplomazia arriveranno in tempi molto più lontani: nel 1816 Ferdinando I, ormai vecchio e ben più esperto, firmò un trattato di pace con il bey di Tripoli: anche in questo caso il Regno delle Due Sicilie avrebbe dovuto versare ben 40.000 ducati per fermare le incursioni corsare.

Inutile dire che non servì a molto e il trattato fu rotto quando, al rinnovo degli accordi 9 anni dopo, gli algerini alzarono la posta con un vero e proprio ricatto: 100.000 ducati per non riprendere le attività corsara. Oppure avrebbero affondato ogni nave duosiciliana.

Sul lato diplomatico ci pensò Ferdinando II a chiudere la vicenda con un nuovo trattato di pace con Costantinopoli nel 1833. Sul lato militare, invece, la Francia stava colonizzando l’Africa e gli algerini e marocchini avevano ben altri grattacapi da affrontare. Delle imprese di Capitan Peppe, invece, non si parlò più, se non in qualche trafiletto di libro di storia per appassionati.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Franco Nocella, Borboni e Corsari Barbareschi
Antonio Petrone, Libreriaculturale

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