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Cuma, leggenda prima che città, al centro di luoghi altrettanto leggendari.

Vi si respira aria di miti, di scontri titanici tra dèi capricciosi, di battaglie cruente. E la regina è lei, la Sibilla (cumana, appunto). Divinatrice per antonomasia, criptica quanto basta per confondere il povero Enea, con le spalle al lago d’Averno e gli occhi a perdersi sui Campi Flegrei.

Cuma, da pòlis a civìtas

Profumi di mare che vanno avanti e indietro con la risacca.  E di sale, quello che spalanca le narici e le apre a tutti gli altri odori portati dal vento: le note del mirto, del rosmarino selvatico e del ginepro.

E le ginestre, tutt’intorno, con i colori del sole; i gigli marittimi che spuntano dalla sabbia, caparbi e ostinati, a dispetto del mare che li sferza fino a portarseli via. E, infine, trovare pace e frescura, una tregua dal caldo demoniaco, all’ombra di lecci giganteschi che sembrano stare lì dalla notte dei tempi …

Cuma

Contesa per 400 anni

Immaginatevi un po’ nei panni di quei timidi esploratori che, un bel dì di quasi 3000 anni fa, misero piede in questa terra baciata da Dio. Si pensa che fosse, più o meno, il 740 a.C., quando gli Eubei di Calcide vi sbarcarono, guidati, forse, dal volo di una colomba o sedotti dal fragore dei cembali. Che importa, in fondo? Erano greci, certamente e, quanto alla leggenda cui prestar fede… beh, il  bello delle leggende è che si può scegliere a quale si preferisca credere.

I coloni trovarono una terra fertilissima ed un porto sorprendentemente protetto, ideale per il traffico commerciale via mare. Così Cuma crebbe in bellezza, in splendore e, soprattutto, in potere politico. Come ogni pòlis che si rispetti, coltivò in proprio genio ed arte e si attirò le mire predatorie dei vicini di casa, poco pacifici e più inclini alla razzia.

Le interminabili guerre con gli Etruschi

I cumani si difesero, strenuamente, dagli Etruschi della vicina Capua, dai grezzi montanari Aurunci – tanto grossi quanto brutali – e da tutte  le altre popolazioni, più o meno vicine, che ne invidiavano la prosperità e l’indipendenza. Così, battaglia dopo battaglia, Cuma finì con l’allargare i propri confini su quasi tutto il litorale, fino a Punta Campanella.

Ogni bel gioco, però, dura poco – giusto una cinquantina d’anni – e siccome questi cumani si erano dimostrati piuttosto difficili da battere, ecco che i nemici si strinsero in alleanza.

Cosìcché si celebrò Machiavelli, parecchi secoli prima che venisse al mondo e regalasse le proprie perle di cinica saggezza e di real politique: all’insegna del motto “il nemico del mio nemico è mio amico”, gli  Etruschi e gli altri compagni si fecero forza, riunendosi in una Lega (524 a.C.) e, nuovamente, partirono alla volta di Cuma, lancia in resta. Non finì bene, anzi le presero di santa ragione. Nessuno di loro aveva preso le misure ad Aristodemo, il tiranno cumano che era, all’epoca, il migliore stratega che si trovasse su piazza.

Chi di alleanza ferisce…

Infatti. I cumani ne strinsero una con i Latini e, nuovamente, ricacciarono indietro la minaccia etrusca; ne allacciarono, poi, una seconda con i Siracusani – tra colonie, si sa, ci si intende  – e, in un’epica battaglia (474 a.C.), finalmente misero a tacere i bellicosi Tirreni.

La pace per Cuma, però, durò poco e, nel 421 a.C. si dovettero arrendere all’avanzata dei Campani.

Da civitas sine suffragio a municipium

Buoni buoni passarono gli anni e, intorno al 300 a.C., arrivarono i Romani che le riconobbero lo status di  civitas sine suffragio (334 a.C.). Niente di che, era il trattamento di routine, secondo le abitudini di conquista latine, preferibilmente adottate quando si trattava di annettere le pòlis o, comunque, le città-stato.

Era una formula pensata per coinvolgere, ma non troppo, i popoli conquistati, assicurando loro tutti  i diritti di cittadinanza romana, ma non il diritto di voto nelle assemblee popolari. Insomma, integrazione sì, ma con calma, un passetto alla volta. Neanche con i Romani, però, si poteva star tranquilli.

Cuma e le guerre contro i cartaginesi (e i loro alleati)

Dopo neppure un secolo di convivenza pacifica  – siamo arrivati al 251 a.C. – ecco arrivare Annibale il Conquistatore, deciso a prendersi Cuma con l’aiuto di Pozzuoli. Altra battaglia da libri di storia e altra sconfitta inflitta ai nemici: non si sa per certo se si siano scontrati nei pressi della Torre di Santa Chiara oppure sulle rive del Volturno, fatto sta che i Cumani si liberarono sia dei Cartaginesi, sia delle milizie di Capua, nuova alleata di Cartagine, raccattata giusto per l’occasione.  

La strenua resistenza opposta a Cartagine, con conseguente vittoria, valse, però, a Cuma un discreto avanzamento di carriera. Il valore della città crebbe nella considerazione di Roma, che ne fece un proprio municipium e Cuma ricambiò la cortesia, adottando la lingua latina in tutti gli atti ufficiali.

E la foresta rimase a guardare, insieme al custode di pietra

Per l’ex colonia greca, finalmente, iniziò un discreto periodo di tranquillità e crebbe in prosperità, insieme a tutta la regione, protetta da una posizione strategicamente invidiabile, sotto il profilo militare, ma dovendo convivere, ad est, con una vegetazione tanto magnifica quanto intricata – la Silva Gallinaria – fatta di lecci giganteschi mischiati ad arbusti mediterranei ed acquitrini distribuiti qua e là. Ottimo, se si tratta di un presidio militare ma piuttosto infelice per gli scambi commerciali, a meno che non si svolgano esclusivamente via mare.

Oggi la foresta di Cuma è una riserva naturale, cui si accede attraverso un sentiero di terra battuta. 100 ettari di forza e vitalità, sorvegliati da un poderoso custode: un gigante di pietra con la forma di una testa di elefante, poggiata a terra a sostenersi, mentre la proboscide si abbandona tra le cavità scavate nella roccia.  

Ma torniamo al racconto. La città, dicevamo, riuscì a trasformare persino queste limitazioni in must. Dopo le ultime tribolazioni, durante le guerre civili di Roma, in cui divenne una delle roccaforti che Ottaviano oppose a Sesto Pompeo, Cuma poté, a pieno titolo, rivendicare quella fama di buen retiro  che la sua straordinaria posizione le aveva assicurato nei secoli, a scapito della troppo irrequieta Pozzuoli.

Arrivano i Bizantini, i Longobardi e i pirati Saraceni

Nei secoli successivi,  fu proprio la difesa naturale offerta dalla Silva Gallinaria, unita al fatto di dominare la costa dalla collina, che garantì alla città di resistere a lungo alle invasioni dei barbari che scorrazzavano, impuniti, tra i resti degli antichi fasti romani.

Fu teatro di alterne vicende nel corso della guerra tra Goti e Bizantini e, caduta sotto l’aggressione di questi ultimi, ne uscì fortificata nel 558 d.C., ma finì con il cedere alla dominazione Longobarda e, successivamente, al controllo dei duchi di Napoli.

Il colpo di grazia le fu inferto dai pirati Saraceni, che trovarono un riparo da sogno  là, dove un tempo sorgeva l’acropoli, al riparo tra le gallerie scavate nella roccia, dove si rifugiavano quando rientravano dalle scorrerie con cui battevano, inesorabili, il golfo di Napoli. Questo dovette sopportare Cuma fino al 1207, quando Goffredo di Montefuscolo, un nobile italo- normanno definito – di volta in volta – duca di Napoli e barone della città nei pressi di Avellino, decise di spazzarli via. A capo di un manipolo di soldati napoletani, prese violentemente la città, radendola letteralmente al suolo e sterminando i pirati saraceni. E tutti i cumani.

Il lungo sonno di Cuma, dal ‘200 al ‘900

Qui, praticamente, si conclude la storia leggendaria di Cuma, la cui diocesi fu assorbita da quella di Napoli. Libera, finalmente, ma ormai abbandonata da tutti. Con l’interramento del Volturno e del Clanius, quella terra, un tempo così bella da incantare anche gli dèi, si trasformò in un pantano gigantesco, una enorme palude lungo tutto il litorale di Licola.

Per arrivare alla bonifica e, soprattutto, agli scavi archeologici, bisognerà attendere almeno gli inizi del ‘900. Il triste destino di Cuma troverà l’epilogo durante la II Guerra Mondiale, quando la sua posizione strategica e i suoi cunicoli vennero utilizzati come bunker e la roccaforte, come un enorme piazza di puntamento.

E pensare che fu la terra dove trascorse gli ultimi anni, in aurea pax, Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma.

Chissà se, chiusa nel suo antro, la Sibilla avesse preconizzato tutto questo?  

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